Hai visto quella bolla o la stai gonfiando anche tu? Riflessioni sul racconto possibile della perdita d'identità dei luoghi

Viviana Dorsi nel pre-finale di 'Tradere' contro l'overtourism a Bari (foto di Luca Del Pia)

'Tradere', un progetto della compagnia Corpora, scritto da Eliana Rotella e diretto da Giulia Sangiorgio, ha debuttato a Milano presso ZONA K il 20 e 21 maggio.

Tramandare proviene dal latino tradere, composto da trans (oltre) e dare (consegnare). Nel latino tardo ha assunto due significati. Il primo e originario, positivo, di consegnare e tramandare, anche affidare. Il secondo, associato poi al verbo tradire, che connota la consegna, lo scambio di qualcosa di buono con un nemico. Tradire, in senso più ampio implica un inganno, una rottura di fiducia.

E in un certo senso, un po’ tradite nelle nostre aspettative lo siamo subito.

Entriamo pronte per accomodarci in una ipotetica platea, mentre ad accoglierci troviamo Viviana Dorsi, che capiremo poi essere la protagonista, la quale ci invita a prendere posto dove vogliamo tra molte sedie distribuite senza un preciso ordine nella stanza.

Fate come se foste a casa vostra, dice.

Effettivamente casa sua per sei mesi è stata lì, in via Spalato, dove ha portato a termine una residenza artistica. Il monologo inizia proprio da qui. Che cosa significa abitare uno spazio? Quanto tempo deve passare prima che, questo spazio, sia casa mia?

Per rendere i luoghi più nostri cerchiamo di occuparli non solo fisicamente, ma soprattutto, con i nostri oggetti, con le cose che ci rappresentano. Peccato che quasi c'irritiamo per l'ironia, assistendo a questo racconto legato alle varie fasi della vita dell’attrice, dalle case che ha cambiato alle città in cui ha abitato fino ad arrivare a Milano. 

Un giorno alle porte di ZONA K bussano degli agenti immobiliari interessati all’acquisto del palazzo. Lei vive qui? Le chiedono. Il posto non è suo, e quasi certamente, non è in vendita. Scopre, non capisco se realmente sorpresa, che in quella zona di Milano un metro quadro vale circa settemila euro.

Seguono momenti in cui gli immaginari agenti fantasticano sul potenziale di questo posto, parlando in immobiliarese, ma direi anche milanese: si potrebbe rendere tutto super accessibile, super ecosostenibile, super design, super cool wow top fantastico. Insomma, qualcosa a cui assistiamo tutti i giorni: questa urgenza di rendere determinati luoghi più tutto di ciò che sono già, ad appannaggio solo di ricchi acquirenti, preferibilmente privati.

Dei lenzuoli con delle mappe ricamate scendono dal soffitto, a ricordare i lenzuoli stesi dalle finestre che fanno molto vita lenta italiana. So che qualche volta li avete fotografati anche voi. Le mappe si riferiscono a luoghi che sono stati devastati, modificati, e alcuni che non esistono più.

Roccaraso dopo l’invasione generata dalla chiamata dell’influencer Rita De Crescenzo, lo sgombero degli storici centri sociali Leoncavallo e Askatasuna, zone di Cortina d’Ampezzo deforestate per costruire piste da utilizzare durante le Olimpiadi invernali. 

Dopo il rapido tour tra i vari non-luoghi appesi torniamo a sederci. 

Un bollino privilegio incollato dietro alcune delle nostre sedute di plastica rende possibile alzarsi per andare guardare da vicino una sedia in legno old style proveniente da Bari vecchia, città natia dell’attrice. Viene messo in scena un rituale che allude alla preparazione delle orecchiette in strada e ricorda ciò che accade durante il fuori salone. Code interminabili di persone che aspettano il loro turno per guardare tre secondi un oggetto e ricevere in cambio un super cool gadget che testimonia che loro lì ci sono stati, che quella sedia l’hanno vista, non toccata, sia mai!

La sedia impagliata è simbolo di una città, come Bari, che tenta di sopravvivere all’overtourism. Una città di palazzi fantasma a cui si può accedere tramite un codice dato dall’host di airb&b. Una città che ha perso la sua identità originale per cucirsi addosso un nuovo abito, quello migliore, più adatto agli occhi dei turisti assetati di luoghi comuni.

L’identità se continui a guardarla diventa folklore, recita in maniera perentoria l’attrice. Ma è davvero così? Forse dipende da come la guardiamo. Quante volte pensiamo al nostro sguardo?

Siamo tutti parte di questo processo di capitalizzazione dei luoghi e dei corpi. Il privilegio, all’interno di questa storia, lo rappresentiamo anche noi. Noi che viaggiamo, che ci muoviamo da una città all’altra cercando di trovare il nostro posto nel mondo. Noi che siamo seduti qui a guardare comodi sulle nostre sedie che occupano uno spazio che vale settemila euro.

Se certi luoghi non sopravvivono è anche colpa nostra. Quanti di noi sono andati via dal paesino di provincia dove sono nati pensando non potesse dargli nulla rispetto a una grande città? Quanti di noi hanno pensato che quel quartiere popolare e residenziale fuori Milano fosse molto carino però, effettivamente, troppo lontano, sai che sbatti poi coi mezzi?

Insomma, a questo grande rituale partecipiamo anche noi. Proprio noi che ce lo stiamo raccontando, anche un po’arrabbiati e delusi. Sedetevi tutti, troviamo insieme un capo espiatorio! 

Alcuni luoghi si svuotano, altri si riempiono, noi rappresentiamo il capitale umano che segue questi grafici fatti di linee che raggiungono picchi assurdi. Questo melting pot caotico di tematiche sociali legate ai luoghi, poco approfondito e spettacolarizzato, finisce per farci perdere la bussola.

Siamo consapevoli del problema, ma come possiamo evitare di rendere delle battaglie sociali mera ipocrisia?

Abitare è un diritto umano fondamentale: utilizziamo la nostra voce per rendere questo diritto realmente applicabile e tangibile per chi non abita, per chi non può questionare su che cosa sia casa. 

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