Che differenza c'è tra un dito e la mano? La prima di Hetzel a Milano lascia aperte almeno cinque domande

Immagine del profilo fb di Julian Hetzel

Riflessioni e domande a caldo dopo la prima di 'Three Times Left is Right'.

1. La maggior sensibilità al dolore altrui non deve indurre a credere che ci si possa ergere a detentori della verità assoluta. Un senso di compunzione esasperata ha condotto la sinistra alle sue derive moralistiche, peccando di presunzione nel credere di essere esente dall’appello dei carnefici: è questo il privilegio dell’intellettuale che, arroccato nella sua torre d’avorio, guarda con distacco al degrado del mondo, dall’alto verso il basso, con la pretesa di coglierne l’insieme e comprenderne meglio i principi di funzionamento.

2. La realtà è che la responsabilità opera da ambo i lati: siamo finiti col cedere alle lusinghe dei social media, che da anni ci irretiscono nelle loro semplificazioni classificatorie, sopperendo alla necessità di affermazione nella vita reale e creando così una dimensione distopica, in cui riconoscersi in un algoritmo significa 'appartenere' ad una comunità, ad una tendenza, ad un’ideologia; ma quanto ci giova trincerarci dietro una sequenza di input?

3. Ci legittima davvero, agli occhi delle vittime, il senso di superiorità che discende dalla forza dei numeri? O concorre meramente ad attuare quella “polarizzazione” di pensiero che si esprime in “output”, prodotti finiti e pronti per essere immessi in un sistema preconfezionato, che ci vuole uniformati e prevedibili… come dei robot.

Questo confine tra finzione e realtà è il filo rosso del rasoio con cui Julian Hetzel taglia finemente la tensione tra pensieri ed azioni, esemplificata nella 'dissonanza cognitiva' teorizzata dallo psicologo e sociologo statunitense Leon Festinger: crediamo di far bene a prendere le distanze da taluni fenomeni che riproviamo, ma nel sottolineare la nostra disapprovazione stiamo concretamente agendo al fine di rimuovere quel disvalore sociale che vi attribuiamo?

4. E poi, siamo davvero nella posizione di poter giudicare, quando non vi siamo chiamati per necessità ma per il solo proposito velleitario di sentirci migliori degli altri? 'C’è differenza tra un dito ed una mano?' chiede sarcasticamente l’attore protagonista, che si trova costretto sulla sedia a rotelle a causa di un incidente, con il braccio destro alzato. L’intento sarebbe quello di fomentare le masse, orientare la loro bussola morale alla normalizzazione di un gesto che apparentemente potrebbe sembrare innocuo, ma che porta con sé un doloroso strascico storico: il senso di colpa.

Qualche mano timidamente ondeggia tra il pubblico, accompagnata da risolini goliardici; l’attenzione dell’attore si concentra su una spettatrice, che rifiuta sommessamente di compiere il misfatto. Non posso fare a meno di chiedermi se tutta l’impalcatura della scena non ruoti attorno alla validazione. Una volta usciti dal teatro, nelle mura di casa, ognuno dei presenti sentirà di poter rispondere diversamente all’imperativo morale cui sono stati sollecitati.

5. È sufficiente rifiutare il simbolico, per salvare l’alone di rettitudine del quale ci circondiamo? Un’ipocrisia, questa, che emerge con tutta la sua prepotenza nei coaguli di realtà in cui il pubblico è chiamato a testimoniare, prima che osservare, un movimento in atto nello stesso istante in cui si assiste alla scena: ed è lì che si rende autore della realtà, la plasma con l’azione, ne diventa partecipe. Non può più sottrarsi adducendo a giustificazione di essersi trovato dall’altra parte, protetto dalla quarta parete; e, come in una profezia indefettibile, puntualmente casca nella contraddittorietà. 

(Giorgia Rossi)

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