Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Uno, due, tre. Uno, due, tre. Rimbomba il rumore nel buio.
Uno, due, tre. Il metallo si fa allarme. Uno, due, tre. Quattro.
La cavaliera, immersa nello stagno, osserva il cielo e batte decisa contro il piatto.
Uno, due, tre. Anche con il dolore bisogna continuare. Quattro.
Solo così il sole potrà non essere inghiottito.
Uno, due, tre.
Quattro.
Domani, dalle ore 11:17, sull'acqua non ci saranno infatti le scintille di luce. Scenderà per circa un’ora e mezza una notte parziale, un drago verrà a mangiare il sole e bisogna spaventarlo. L’artista Juli Sando si incarica quindi di questa missione, e, indossata l’armatura, si erge contro il caos per difendere il brillare delle onde.
Cavaliera senza paura? Non proprio. Perché seppur si rifugi nei riflessi dei raggi solari, Sando non vuole farsene specchio. Brillare infatti la esporrebbe troppo e la potrebbe mettere in pericolo, e allora su, che si stringa l’armatura, che essa si incida nella carne, che la ripari fino a nasconderla, fino ad annullarla.
“Allora preferisco essere un'eclissi
essere la presenza nell'ombra
e osservare la luce da lontano.”
On my silver skin, mostra di Juli Sando a cura di Marta Cerede, ospitata da Careof, Fabbrica del Vapore (11-17 maggio 2026). Realizzata nell’ambito di LIFE, festival di ZONA K, in collaborazione con ISTITUTO SVIZZERO.
LGBTQ - NATIVE AMERICAN - INCLUSIVENESS - MINORITY- ELDERLY - CULTURAL SENSIVITY - DIVERSE - DISCRIMINATION - CLIMATE CRISIS - DISABILITIES - BIAS - BIPOC - MENTAL HEALTH
Queste sono alcune delle parole incise sulle tre piccole piscine metalliche nella sala. Ciascuna è sovrastata da uno schermo, i cui video si specchiano nella superficie argentea, mentre le lettere compaiono e svaniscono a seconda dei bagliori.
E pensare a tutti quanti gli anni di lotte che hanno permesso a queste parole di stagliarsi sotto la luce, di farsi portare sui manifesti e di danzare tra i discorsi!
Ora invece, arrivata l’eclisse, anche loro si nascondono ai margini delle lastre, stringendosi agli angoli. O meglio, sono state strette lì. Esse sono infatti parte della “lista delle parole proibite” per i documenti federali statunitensi, voluta, incredibile a dirsi, da Donald Trump. E durante l’ultimo mandato del presidente USA non sono le uniche entità ad essere state eclissate dal suo minuto ego.
Così come Trump non è l’unico ad avere questo vizio. Nel video Black Sun (2025) Sando spiega come l’iconografia del sole nero, preistorica e pagana, sia stata riappropriata dall’ideologia SS e di come continui a sopravvivere nelle organizzazioni e gruppi di estrema destra.
Della “luce nascosta” o del “sé che brucia dietro una maschera di profondità”, che Sando vorrebbe utilizzare per descrivere il sole eclissato, rimane ben poca poesia.
Riconoscere la portata d’odio dietro a un simbolo così potente arreca solo dolore, creando blocchi alla gola sofferenti, proprio come se fosse ostruita da delle pietre, proprio come quelle lasciate galleggiare su alcune delle lastre incise.
Violenza che più che ripetitiva, è continua: viene fatto notare nel video come nei suoi esordi lo stesso Terzo Reich avesse studiato la segregazione razziale statunitense, evidenziando così come l’odio non cresca “improvvisamente”, ma che proceda, sempre di più, a coprire la luce.
E, se mettiamo i giusti occhiali e alziamo la testa, possiamo vedere come continui ancora ai giorni nostri: convinti di essere distanti dai “territori lontani” ormai all'oscurità, non ci accorgiamo che le foglie degli alberi attorno a noi sono sempre più chinate, che il mare si indora sempre meno ed è sempre più scuro.
Questi pensieri sono mossi al ritmo del metallo che riecheggia nella sala. Uno, due, tre. Per quanto tempo andrà avanti? Uno, due, tre. Quando sarà invece troppo tardi per dare l’allarme? Quattro.
In questo buio il brillare delle onde nei video crea piccole oasi di luce, diventando nel loro sovrapporsi una luminosità confusa su cui slitta la voce di Sando. Uno, due, tre. Sulla parete a destra sono invece irradiate tre pagine in cera. Uno, due, tre. Una vecchia foto di una ragazza sorridente, un’immagine di scintilli acquatici, un estratto dalla poesia Le monde est un couteau (2021) di L. Juniper. Quattro. “Il mondo è un coltello/ e che ha due lame/ una per dare la morte/ l'altra per scegliere la vita”.
Uno, due, tre. Mi siedo davanti a un video e mi metto le cuffie. Uno, due, tre. Vedo solo l’acqua luccicare, le onde si muovono nello schermo e arrivano a toccare anche il mio viso. Quattro. E allora ecco, sento la mia pelle coprirsi di ferro, l’armatura si stringe rivestendomi tutta.
Uno, due, tre. Sando vorrebbe addormentarsi e svegliarsi su un asse di rivoluzione dove possa vivere senza sforzi, senza paura, senza dubbi. Uno, due, tre. Anch’io, penso.
“Ma siamo pietra nell' ingranaggio
e le nostre scaglie metalliche
finiranno per brillare
Per far stridere il meccanismo,
far risuonare le nostre pentole, dare l'allarme.”
Quattro. “E rifiutare che sia troppo tardi”.