La festa sei tu
. Lettera a una/un artista del Sud Globale che vive o lavora a Milano, dopo la condivisione di DRAMAHOLIC Life Festival

'Kms of resistance a LIFE' (foto di Luca Del Pia)

Tupi or not tupi, that is the question.
Oswald de Andrade, Manifesto antropofago (1928) (1)

Car*, Milano ti accoglie, ma non ti aspetta.

L’unica cosa che aspetta davvero sono le weeks — del design, della moda, dell’arte, della musica, della fotografia — che si susseguono come se l’anno potesse frammentarsi in unità consumabili. Non è un calendario, è un regime. Ritornano ogni anno con la regolarità di una malattia cronica, come se la città non potesse sfuggire alla propria ripetizione. E forse nemmeno tu.

Dentro questo regime è possibile che tu trovi un posto. Ma non un posto qualunque. All’inizio si apriranno per te le porte dell’attivismo, della mediazione, dell’educazione. Ti si chiederà di coinvolgere, tradurre, accompagnare. Ti si inviterà a incarnare il ponte, ma raramente a decidere il percorso. Non è una casualità, è una distribuzione. In alto, chi concepisce; al centro, chi connette; in basso, chi esegue. E il tuo corpo, troppo spesso, verrà letto come un corpo che opera ma non pianifica, che sostiene ma non definisce. È lì che iniziano i problemi. Non perché tu non abbia accesso, ma perché l’accesso non ti darà potere.

Ti si dirà che Milano è una città aperta, che esistono bandi, progetti e organizzazioni pronte ad abbracciare la diversità. Ed è vero. Ma è anche necessario nominare la trappola: borse, sovvenzioni, residenze, festival, mostre, pubblicazioni, convegni e altri dispositivi simili aprono solo una parentesi dentro un tempo e uno spazio poco cordiali. In realtà non sono altro che un’eccezione amministrata. Un falso carnevale. Se partecipi, lo fai sotto condizioni precise: durata limitata, produzione attesa, redditività calcolata. È una forma di ospitalità che può trasformarti in un turista culturale di lunga durata, versione stilizzata di una diversità che la città ha già imparato a gestire.

Per questo la domanda non è se sei dentro, ma in quali condizioni lo sei.

Non ogni scambio è un vero dialogo. Spesso è una sottrazione: acculturazione, adattamento, ricerca di legittimità. Diventare comprensibile, diventare accettabile. Al centro di questo impulso c’è una storia più lunga, in cui l’imposizione su corpi, lingue e territori non era metafora, ma sistema di sfruttamento. Quella storia non è scomparsa; è diventata più diffusa, più interiorizzata. Si chiama colonialità.

Lo strumento più sottile della colonialità è l’autocensura. Esiste un doppio invisibile che ti sussurra all’orecchio e ti corregge prima ancora che tu pensi, parli, scriva o agisca. Nella diaspora, questo doppio è particolarmente efficace. Anticipa il limite, modula il tono, evita l’eccesso. Così non disturbi nessuno. E la violenza smette di sembrarti esterna e istituzionale, e inizi a chiamarla “civiltà”.

Se questo è il panorama che hai davanti, per quali ragioni resti? Né io né chiunque altro ha il diritto di esigere una risposta. Se hai deciso di vivere a Milano, Barcellona, Parigi, Berlino, Londra o in qualsiasi altra città europea, non devi giustificarti. Piuttosto, è più interessante interrogarsi su a quale fine lo fai: quali effetti produce la tua presenza qui, quali conseguenze apre. Voglio condividere con te le risposte che, con ogni probabilità, mi hai insegnato tu se i nostri percorsi si sono incrociati, o che forse non conoscevi o hai dimenticato.

In primo luogo, per impugnare la divisione occidentale tra fare, sentire e pensare. Non esiste lavoro manuale senza pensiero né lavoro intellettuale senza corpo. È il corpo che pensa. Chi media concettualizza, chi esegue decide, chi dirige incarna. Non come metafora, ma come pratica concreta che riorganizza i sensi, trascende i dualismi, inventa ruoli e destabilizza gerarchie. Il mondo si fa con le mani. 

In secondo luogo, per impedire l’eterno ritorno della banalità. Il regime della città promette novità, ma ripete sempre lo stesso. Accelera la percezione per evitare il cambiamento. Di fronte a questo, proponi un armistizio: un tempo senza produzione obbligatoria, senza eventi, in cui qualcosa possa apparire senza essere programmato. Uscire dal ritmo imposto non è ritirarsi a riposare, è esserci davvero. Organizzati e partecipa a uno sciopero culturale generale.

In terzo luogo, per rompere il tabù moderno che separa natura e società. Non lavorare nel “culturale”, nel “sociale” o nel “politico” come se fossero sostanze omogenee. Società, cultura e politica non spiegano nulla: sono l’effetto di associazioni, alleanze e negoziazioni. Lavora su quel tipo di relazioni. Non si tratta di inclusione o rappresentazione, ma di articolazione. Gatti, tunnel, navigli, case occupate, kefiah, scioperi: crea assemblaggi con entità che ti permettano di continuare ad abitare e sanare insieme.

In quarto luogo, per sostenere l’opacità. Non spiegare tutto, non sublimare tutto, non addomesticare tutto. Accetta di perdere leggibilità, networking, finanziamenti, distribuzione. Perché non tutto ciò che circola trasforma e non ogni visibilità è sinonimo di potenza. A volte, l’insistenza nell’essere accettati è la forma più efficace di tradire sé stessi. Non lasciarti profanare.

In quinto luogo, per praticare e condividere l’antropofagia. “Solo l’antropofagia ci unisce. Socialmente. Economicamente. Filosoficamente”. Non adattarti: ingoia. E poi vomita qualcosa di impuro. L’antropofagia non preserva identità, metabolizza ciò che riceve e lo restituisce come irriconoscibile. Questo implica anche inghiottire la tua identità nazionale di origine —e, soprattutto, quella italiana— e trasformarla in un amalgama che sfugga alla cattura di qualsiasi Stato-nazione. Così ti libererai dalla doppia tentazione dell’isolamento e dell’assimilazione.

Infine, per imparare cosa non fare. Evita di diventare oggetto di ricerca, pezzo da museo o attrazione da zoo. Che parlare di ciò che accade in altre parti del pianeta non ti esima dal problematizzare il locale. Non chiamare scambio ciò che è estrazione. Non romanticizzare le quote. Non produrre per inerzia. Non seguire il ritmo della macchina. Non strumentalizzare il sapere del tuo popolo per avere successo. Non ridurre la tua pratica artistica a un souvenir. Non metterti al servizio di chi rimpiange il passato e difende la tradizione. Non sottometterti all’impero degli algoritmi. Non costruire una carriera, costruisci un’opinione sul mondo. Non permettere che pronuncino male il tuo nome. Non integrarti, disintegrati. Non essere un buon selvaggio. Sii un cannibale. Un barbaro. Calibano.

Questo non è un invito a uscire dal sistema, ma a non lasciarti catturare da esso. Ad aprire crepe e sostenerle. Ad abitare senza chiedere permesso. A creare senza rispondere alla domanda capitalista. A pensare dal corpo e a comporre reti transgenerazionali, transnazionali, biotiche e abiotiche. A dire sempre ciò che pensi ad alta voce. A essere realista e pretendere l’impossibile.

Non c’è alcuna garanzia che ciò che ti propongo funzioni. È molto probabile che ci siano frizioni, scomuniche, momenti in cui ti sembrerà più facile cedere, renderti digeribile, venderti. Quando ti sentirai così, ricorda che la città funziona perché anche tu la sostieni. E che puoi sostenerla in un altro modo.

E se credi di essere sul punto di soccombere, se dubiti, se non riesci a divorare il colonizzatore che vive nascosto dentro di te, non colpevolizzarti e balla: l’arte —che non è soltanto arte del vivente né dell’umano— è festa.

E la festa sei tu.

César Arenas, drammaturgo e ricercatore

Festicciola dopo 'Three Times Left is Right' alla Fabbrica del Vapore (foto di Luca Del Pia)

NOTA 1 (fonte AI Overwies da Wikipedia)

La celebre frase "Tupi or not Tupi", tratta dal Manifesto antropofago di Oswald de Andrade, si traduce in italiano come "Tupi o non Tupi: questa è la domanda"

Significato: È un gioco di parole che parafrasa l'amletico "Essere o non essere" di Shakespeare.

Contesto: Celebra la cultura indigena Tupi (che praticava il cannibalismo rituale) e metaforicamente "mangia" la cultura europea, suggerendo di assimilarla invece di subirla. 

La frase gioca sulla somiglianza fonetica tra "To be" (essere) e "Tupi".

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