Beh, 'dove finisce il dolore' se non in una Santa Maria dei Miracoli?!? Appunti su una serata di danza speciale
20.05.2026
Sembra quasi che non possa passare nemmeno una mezza giornata bello tranquillo il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano. Ci mancava solo lo sciopero a oltranza dei dipendenti della fondazioni liriche. La grana di una spettacolare protesta dei 3mila e 800 orchestrali e coristi d’Italia, dal Regio di Torino al San Carlo di Napoli, mette a rischio le prime più prestigiose, ne è già saltata una al Massimo di Palermo, con tanto di eterno Riccardo Muti sul podio.
Questi dipendenti delle 14 fondazioni lirico-sinfoniche d’Italia lamentano che il loro contratto di lavoro non sia stato più rinnovato da venti anni, e certo non deve essere di conforto sentirsi gli unici a guadagnare così poco, rispetto ai compensi da capogiro degli esterni, che siano cantanti, direttori o registi, piuttosto che vedere colossali giri di quattrini per le scenografie, le sponsorizzazioni, le riprese televisive ecc.
Il Sottosegretario per lo Spettacolo dal vivo, Gianmarco Mazzi - uno del mestiere, fino a ieri manager all’Arena di Verona - ha minacciato di ritirare il congruo intervento ad hoc del ministero, ossia gli 8 milioni di euro in più assegnati alle Fondazioni per risolvere il conflitto sindacale. E ha ricordato, senza mezze parole, che sono un baraccone pubblico costato ai contribuenti, nel 2022, ‘420 milioni di euro, che equivale a 1 milione e 150mila euro al giorno', minacciando poi di ridurre il numero di Fondazioni, o magari di farne entrare di nuove, più efficienti.
Una bella staffilata, non c’è che dire, peccato che andrebbe rivolta non tanto ai coristi e agli orchestrali ma ai sovrintendenti, alle strutture di controllo e ai poteri vari che si muovono dietro questo colossale giro di soldi e di pseudo-mondanità. Prima di tutto andrebbe ridefinita la funzione pubblica di questi grandi teatri, che non sono e non possono essere soltanto una costosissima leva per attrarre i turisti più abbienti.
Ai nostri coristi e orchestrali, peraltro mediamente bravissimi e storicamente molto più sindacalizzati di oggi, vanno casomai presentate alternative pertinenti, per esempio il valido assetto cooperativo che governa alcune tra le migliori ensemble musicali d'Europa.
Più in generale è l’intero sistema del finanziamento pubblico allo spettacolo dal vivo che andrebbe ripensato, studiando magari i modelli più virtuosi, che siano l’Austria per la musica colta, il Belgio per teatro e danza, la Germania o la Spagna per l’una o l’altro, e così via.
L’Italia probabilmente è il Paese in questo senso più sbilanciato verso il ‘modello carrozzone’: il copioso flusso di denaro dei contribuenti va in prevalenza a finire negli enti pubblici, in particolare a un pugno di essi, che siano fondazioni lirico-sinfoniche o istituzioni teatrali. Le compagnie e le imprese costruite intorno ai talenti, che per esempio nelle Fiandre o in Catalogna vengono coltivate con cura, faticano addirittura sopravvivere. E forse è indispensabile prima di tutto un ribaltamento a questo livello, ma ne riparleremo.