

Norvegesi bianchi, ugandesi nere, argentini barocchi e gazawi rock, tutti i corpi in scena a Rovereto dal 3 settembre
18.08.2025
Ora sembra persino un po’ paradossale quella mosca che simboleggia il collettivo Kor’sia come segno grafico sul sito ufficiale: al decimo anno di attività e nel pieno del fulgore, questa presenza di punta della Nuova scena ispanica non ronza più ma si libra in alto come un’aquila reale nei cieli d’Europa, predace di commissioni consistenti e di appuntamenti clou in cartellone.
I nostri ex ballerini Antonio de Rosa e Mattia Russo, madrileni d’adozione, con la drammaturga di fiducia Agnès López-Río e il ricercatore cofondatore delle arti dello spettacolo Giuseppe Dagostino, ormai ce l’hanno fatta a emergere completamente: da Le Ballets de Montecarlo a Condedunque-Madrid con Biennale Danza fino a Göteborgs Operan, istituzioni di prim’ordine della scena teatrale europea quest’anno erano bell’e pronte ad ‘aflojar la mosca’ - ovvero, a sganciare i soldi - per avere una nuova creazione dei Kor’sia.
Wayne McGregor, per la gioia del pubblico soprattutto di giovani che ha riempito gli spettacoli di quest’ultima rassegna veneziana, si è garantito in prima italiana il nuovo ’Simulacro’, che poi si potrà vedere il 7-8 ottobre al Teatro Argentina per Roma Europa Festival e ancora dopo in tournée.
Come si è detto al primo giudizio, lo spettacolo si apre con un’immagine particolarissima (no spoiler!) che segna come l’irruzione in un mondo fantastico, altro dalla realtà: un gruppo di ragazzi si diverte in una sorta di ‘Paranoid park’ nella periferia metropolitana, ché poi in realtà potrebbe essere soltanto lo scenario di un videogioco, di un mondo parallelo da virtualità immersiva.
Per tutta la prima parte viene seguito da vicino questo straniamento dalla realtà dei performer, questo ‘simulacro-game’ in cui sono ingaggiati. Fino a che non irrompe, con una sorprendente trovata a effetto di luci (in cui si nota la mano del graphic designer fiammingo Amber Vandenhoeck, che lavora anche per Peeping Tom) una sorta di evento cosmico che riporta tutti, anche gli spettatori, a una dimensione più naturale, dove poi l’elemento primario del corpo torna al centro del discorso.
Volendo ridurre tutto a formule e slogan, viene naturale il confronto con lo spagnolo più noto Marcos Morau: una sorta di riverito guru, alla Romeo Castellucci, della Post-Danza - come si è detto -, che lavora per accumulazione di evocazioni iconografiche, per forzature e ripetizioni d’immagini a effetto, con plateali richiami all’arte e al cinema del mondo iberico, andando avanti irruente come le salve di percussioni e i richiami dei tamburi che connotano i suoi spettacoli.
Kor’sia, invece, rappresenta propriamente un bell’esempio contemporaneo di Post-TeatroDanza, ad ispirazione e di aspirazione teorico-filosofica, ma attento ai linguaggi e ai riferimenti del mondo giovanile. Le nuove prove, come per esempio il precedente di notevole interesse ‘Mont Ventoux’, liberamente ispirato al celebre testo di Petrarca considerato la prima testimonianza culturale della passione per la montagna, suscitano l’ammirazione del pubblico anche degli autentici appassionati d’emozioni artistiche.
A Venezia si è esaltata ovviamente la parte giovanile della platea, quelli che si sono riconosciuti in pieno nel racconto: alcuni spettatori solitari nel Teatro Piccolo Arsenale hanno continuato a fare videogiochi sui telefonini fino all’apertura di sipario e c’era da scommetterci che si sarebbero alzati poi per la standing ovation.
Gli espertoni no, i consumati addetti ai lavori della critica e del mondo mediatico che s’impancano spesso a puristi della danza, si fermano inevitabilmente, per lo iato culturale e generazionale, alla barriera del linguaggio, che nel caso di Kor’sia non è poi nemmeno così pop o facilmente coinvolgente, come per esempio quello dei ‘gemelli diversi’ di La Horde, con base a Marsiglia e successo ormai mondiale.
Forse siamo più verso il livello cult della scena performativa europea, del Post-TeatroDanza, appunto, così come s’intravede finora dalla stagione di Bruno Charmatz alla guida della celeberrima Wuppertal Pina Baush, ma sono libere associazioni che lasciano il tempo che trovano. Oltretutto, condizionate dalla presenza, nella quasi contemporanea apertura di ImPulzTanz a Vienna, della prestigiosa compagnia, con un nuovo lavoro insieme con Terrain di Charmatz che segue l’incantevole kolossal d’esordio ‘Liberté Cathédrale’.
E a proposito di grandi spettacoli di sicuro effetto, McGregor quest’anno nella sua rassegna di StraDanza ha voluto invitare anche Yoann Bourgeois, francese di stanza nelle Prealpi della Chartreuse, maestro riconosciuto del virtuosismo eclettico, all’incrocio tra danza, teatro, arte, circo e così via. Per un evento con concerto dal vivo del cantautore canadese Patrick Watson, allestito in un capannone ex industriale a Marghera, Bourgeois con la sua Art Company ha dato un saggio delle sue straordinarie doti creative, costruendo un unicum ammaliante sul tema - tanto evidentemente maturato nei lockdown da covid - della necessariamente ardua riscoperta della serenità dell’incontro tra persone.
Nell’entusiasmo generale, alla fine non sono mancati nemmeno i momenti di vera e propria commozione: si sono visti uscire praticamente con le lacrime agli occhi anche i più scafati spettatori tradizionali, che forse non pensavano di potersi davvvero far sorprendere dall’intrattenimento di così alto livello, da questa sorta di upgrade cult del Cirque du Soleil.
E così, per impartire una bella lezione ancora agli esperti, dopo la mosca al naso dei Kor’sia, è arrivato pure il ronzio di questo bel moscone dei dintorni di Grenoble.
E’ stata un’altra deviazione ancora verso l’Odeon-tutto-quanto-fa-spettacolo, per dirla con il titolo di un magazine televisivo che fece epoca, di una rassegna internazionale che si chiama ancora formalmente Danza perché prende le mosse da questa specifica disciplina artistica, ma ne asseconda così piacevolmente l’evoluzione contemporanea a spettacolo ‘totale’. (diario veneziano 3 - fine)