Christos sulla cresta della new wave greca: Papadopoulos canta e danza le sue 'audaci imprese' all'Ariosto di Reggio Emilia

Christos Papadopoulos (Fondazione Onassis)

 Il coreografo Christos Papadopoulos con il nuovo ‘My First Ignorant Step’ ha conferito la classica ciliegina sulla torta al pregevolissimo palinsesto, di danza contemporanea e altro, del Festival Aperto della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, la sera del 19 novembre nella cornice del Teatro Ariosto

 Ci si potrebbe sbrigare in un secondo, invece di girarci tanto intorno: basterebbe provare a riportare tale quale l’entusiastica accoglienza del folto pubblico accorso nella tarda serata di un pur ben poco invitante mercoledì già decisamente invernale. La platea si è come bloccata in silenziosa tensione per una sessantina di minuti, prima di poter esplodere nell’applauso prolungato e sottolineato in ogni modo. 

 Del resto Papadopoulos, pur non essendo certo ancora una star e pur avendo in Italia un legame molto stretto con Roma Europa Festival, anche nella città emiliana del Tricolore è già un po’ di casa, al punto che I Teatri figurano nel prestigioso elenco dei ‘contributori’ alla produzione di questo spettacolo commissionato e varato da Onassis Stegi di Atene (argomento per così dire strutturale che andrà poi analizzato a parte).

Lista, peraltro, che si apre con tanto di Théâtre de la Ville a Parigi, dove i dieci danzatori e Christos sono attesi nella grande sala intitolata a Sarah Bernhardt in chiusura di stagione, per cinque date di fine maggio del 2026 tutte già da giorni sold-out...  

 Tornando alla platea reggiana si può dire che rappresentasse un bel mix trasversale di spettatori, abbastanza completo per generazioni, in leggera prevalenza femminile, non solo ma anche con tante giovani adulte. A innervare l’evidente passione e competenza erano i numerosi addetti ai lavori convenuti all’uopo. 

 Bisogna tener presente che a Reggio c’è anche l’unico Centro Coreografico Nazionale, l’Aterballetto; nella vicina Parma un Teatro Regio verdiano famoso nel mondo, oltre al pregevole TeatroDue; Bologna e anche Milano sono vicine, più ancora grazie all’Alta Velocità Mediopadana (gli appassionati lombardi non mancano mai e molte pomeridiane domenicali del Festival Aperto sono state fissate apposta in orario anticipato).

 Aldilà del pubblico, era proprio il contesto che in fondo avrebbe potuto sembrare di per se stesso straniante per una proposta tanto ‘contemporaneista’: lo storico teatro intitolato a Ludovico Ariosto che ospitava persino gli spettacoli equestri, e dopo la ristrutturazione d’epoca liberty si connota soprattutto per la cupola affrescata a tema dell’Orlando Furioso, circoscritta da una fascia che riproduce in grande maiuscolo il celeberrimo incipit: ‘Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,/ le cortesie, l’audaci imprese io canto’.

 Lo stile definito abitualmente dai critici ‘minimale’ degli allestimenti di Papadopoulos virerebbe piuttosto in modo deciso, per dire una banalità, verso il post-post-moderno. In particolare questo nuovo lavoro, che richiede casomai soltanto un po’ di pazienza allo spettatore, si presenta come un crescendo davvero lento e lineare verso una sorta di gioiosa riscoperta del vitalismo allo stato nascente della gioventù.

 Di questo percorso a ritroso tutt’altro che sdolcinatamente nostalgico, perché è finalizzato a rifondarsi sulle migliori aspettative di ieri, si mostra perfetta espressione l’assortita bella compagnia, interamente composta da ‘nativi’ greci. In ordine alfabetico i danzatori sono Themis Andreoulaki, Maria Bregianni (comparsa persino in ’Suspiria’ di Luca Guadagnino), Amalia Kosma, Georgios Kotsifakis (un primo ballerino di notevole carriera), Sotiria Koutsopetrou, Tasos Nikas, Spyros Ntogas, Ioanna Paraskevopoulou, Danae Pazirgiannidi, Adonis Vais. Alcuni più giovani, altri esperti e già protagonisti di lavori precedenti di Dimitris Papaioannou, di Euripides Laskaridis e di altri coreografi della scena ateniese.

 Nel vuoto piatto e nero di una sorta di recinto, perfetta anti-scenografia del caso e forse metafora di come vedono giustamente il presente le nuove generazioni, un gruppo di danzatori entrano in scena prima di tutto sciogliendosi con gesti ritmati delle teste e dei tronchi, guardando dritto negli occhi il pubblico con quell’atteggiamento di sicurezza e insieme di sfida che si potrebbe indicare ormai come caratteristico delle coreografie innovative d’eccellenza.

 Colpisce poi la scelta di estrema semplicità del racconto, che si nota bene quando finalmente procede verso una gioiosa e non nostalgica riscoperta del momento delle possibilità, allo sbocciare della ‘linea d’ombra’.

E questo può sorprendere di più ancora lo spettatore di Papadopoulos all’Ariosto, che certo s’è appena ricordato delle remote letture scolastiche del capolavoro d’entrelacement medioevale, una tela d’intrecci di trame e personaggi che invece sembravano girarti intorno e incombere nella mente proprio come la scritta lassù nella cupola.

 Con questa sorta di ‘new wave’ greca - per adattare al teatro, alla danza e al perfomativo in genere questa facile definizione che i cronisti cinematografici hanno usato per il successo di Yorgos Lanthimos - si entra proprio in un’altra dimensione che riparte in qualche modo dal post-drammatico che fu, per ridefinire un nuovo standard che trova la propria forza nelle rarefazioni della teatralità stessa così come canonicamente intesa.

Da un certo punto di vista, volendo forzare l'interpretazione, si tratta anche di una vera e propria contrapposizione sofisticata alla banalizzazione dello story-telling propria dell’attuale regime mediatico-politico. 

 Nel caso di Papadopoulos si può parlare di un linguaggio che va oltre anche il teatro-danza, e casomai disorienta lo stesso mondo della danza contemporanea, con la semplificazione estrema e appunto minimale.

Al risultato di questa ricerca artistica contribuiscono in maniera decisiva i collaboratori che sono chiamati a dare forma al progetto, nel caso specifico da Fondazione Onassis, con il peso di capitale disponile, anche culturale, alquanto bene organizzato, che può scendere in campo.

 E qui bisogna aprire una piccola parentesi sul ruolo di questo nuovo polo d’eccellenza nell’arte contemporanea, che nel campo specifico dello spettacolo dal vivo sembra essersi perfettamente armonizzato con una rinnovata vitalità del Teatro Nazionale della Grecia, del Festival Atene Epidaurus e di altre realtà della capitale.

Così che oggi siamo in presenza letteralmente di una rinascita della scena greca, clamorosa perché avvenuta dopo la crisi finanziaria e nel pieno di una bufera istituzionale, ovvero nel quasi disinteresse dei partiti politici e ormai con meno di una miseria di soldi pubblici a disposizione, in presenza di uno Stato sull’orlo del fallimento dichiarato. (1)

 Tornando da qui al fenomeno Christos Papadopoulos e al suo nuovo lavoro, prima di tutto va notata la formazione che ha co-creato la colonna sonora: un musicista contemporaneo già di casa in Onassis Stegi, Kornilios Selamsis, che lavora da anni anche per il teatro e ha già firmato persino un’opera lirica, è stato associato con un compositore protagonista della scena elettronica, Jeph Vanger, ateniese attivo anche a Londra, dopo una formazione a Stoccolma.

Il risultato del binomio e del lavoro su commissione dei due diversi musicisti si sente eccome, inchioda subito alla poltrona lo spettatore con un ritmo che rasenta la techno-ossessione per poi sciogliersi grandiosamente anche attraverso citazioni rielaborate di ‘Axion Esti’ di Mikis Theodorakis

 Ancora, di questo ‘My Fierce Ignorant Step’ va sottolineato il bel filo elementare tracciato dal dramaturg, che è un professionista ormai di una certa maturità - quindi tutt’altro che un giovinastro ‘feroce e ignorante’, come da titolo - nato in Canada e poi trasferitosi in Francia, Alexandros Mistriotis. Un ‘expat’ che ha scelto di tornare a casa dal 2004 e d’impegnarsi con grande spirito poliedrico sulla scena indipendente greca, dalla letteratura alla pittura, dal cinema alla fotografia, dalle forme ibride multimediali al teatro vero e proprio, dove si è cimentato anche come attore di performance.

 Ora, il nostro Christos per la prima volta, a dieci anni dal suo fortunato debutto come creatore nel mondo della danza contemporanea, osa virare sul personale e addirittura sull’evocazione di precisi ricordi della propria età di formazione: un bel rischio per uno di cui si ripete come un ritornello che la sua incantevole danza trae forza dall’essere insieme ‘minimalista, sovversiva e visionaria’. 

 Ma il valente Mistriotis, sul suo profilo online, sostiene di voler programmaticamente ‘oscillare tra testi e immagini, poesia e teoria, presenza e rappresentazione, precisione e astrazione’ al fine sempre di ‘mettere in discussione la dimensione spettacolare’.

 Così, nella ricerca di un’indefinita chiave di anti-spettacolarizzazione, oltre che nell'evidente intento politico dichiarato di quest'ultimo lavoro(2), ecco servita su un bel piatto di ‘kéramos’ la suggestione maliziosa che Papadopoulos si stia affermando quasi come una sorta di ‘anti-Morau’.

Il che si nota bene confrontando in particolare lo stile e la poetica degli ultimi lavori, per non dire del risultato emozionale, questo ritorno allo stato 'feroce e ignorante' dall'effetto così solare rispetto al cupo racconto visionario di ‘La Mort I La Primavera’ che Marcos Morau ha presentato a Biennale Danza Venezia.    

I protagonisti di 'My Fierce Ignorant Step' all'Ariosto di Reggio Emilia (foto di Andrea Mazzoni): in primo piano, al centro, Giorgio Kostifakis

 P.S.: Sarà un caso ma sul taccuino è rimasta in coda un'altra piccola annotazione. Qualche ora dopo la rappresentazione di ‘My Fierce Ignorant Step’, di ritorno a Milano, arpionato sullo scalone che risale dalla Sala dell’Arte Umberto Angelini - il direttore di Triennale Teatro che ha scelto di associare proprio Morau al termine del triennio da ‘Grand Invité’ di guru Romeo Castellucci -, si poteva vedere come incassava bene la breve cronaca del successo di Papadopoulos a Reggio Emilia, con un sorriso amichevole nei confronti del collega direttore di Reggio Emilia, Paolo Cantù (‘eh beh, Paolo è molto bravo’).

 I bene informati poi dicono che, in realtà, Angelini e gli altrettanto eccellenti colleghi Cantù e Anna Cremonini di Torino Danza formano quasi un trio di sodali, che provano in qualche modo a stare al passo con la grandiosità e l’eccellenza della programmazione internazionale di Roma Europa Festival, ma questa è soltanto un’altra breve parentesi. 

 Angelini ha soggiunto a mezza voce che lo spettacolo di Papadopoulos costava comunque tanto, sottintendendo che sarebbe stato la goccia che faceva traboccare il fragile equilibrio dei non colossali budget di cui dispone per animare il più vivace e contemporaneo teatro milanese di standard internazionale. 

 Già, ma parlando di vil denaro, nessuno può credere che i kolossal baroccheggianti di Morau siano ancora oggi tuttosommato di 'poca spesa, tanta resa' al botteghino o che l’altissimo standard produttivo di Onassis Stegi possa all’improvviso calare, rispetto a quello messo in campo per Papadopoulos, per esempio per la rivelazione teatrale Mario Banushi, che il lesto Angelini s’è subito voluto assicurare. 

 Aldilà di sciocche illazioni sulla scommessa Morau e sul più che legittimo desiderio di proteggerne la posizione, lo stesso direttore di Triennale Teatro conveniva sulla vivacità della new wave teatrale greca e rimandava tutti all’appuntamento del 27 novembre, per la presentazione del suo nuovo FOG.

Foto di Panos Kefalos per il nuovo progetto di Papadopoulos (da onassis.org)

NOTA 1: LA GRECIA 'POST-DRAMATISCHES'

 Questo piccolo miracolo, oltre che una lezione per tutta l’Europa alle prese con i tagli alla cultura e le forzature nazionalistiche di destra, riporta d’attualità uno splendido ‘topos’ delle Epistole del poeta latino Orazio, di cui tutti abbiamo sentito ripetere a scuola la prima frase, ‘Graecia capta ferum victōrem cepit’, che poi continua con ‘et artes intulit agresti Latio’.

Intuizione sul potere delle arti e delle lettere rispetto alla ricchezza dell’agricoltura, che all’epoca era la componente fondamentale del sistema economico. Si legge spesso qua e là anche che Leibniz e altri studiosi hanno poi riadattato questa affermazione all’Italia e al nostro Rinascimento nei confronti di francesi e tedeschi. 

 La Grecia di oggi, dopo la crisi di fine anni Dieci e i flagelli sociali del furore neo-economicista della Troika e dell’Unione europea a trazione tedesca in asse con i vicini Paesi cosiddetti frugali, nel campo teatrale ha operato esattamente quel ribaltamento retorico-poetico tra vinti e vincitori dell’antichità classica.

Almeno un vistoso tentativo di segno opposto nel mondo dell'arte si consumò nel 2017, con l’allargamento ad Atene da Kassel della quadriennale Documenta, 14ma edizione, intitolata non senza malizia dal curatore polacco Adam Szymczyk ‘Learning from Athens’ e accolta da qualche manifestazione di dissenso soprattutto degli anarchici locali, con sane scritte genere 'fuck contemporary art' sui muri intorno alle sedi dei quartieri più caldi e all'Accademia. 

 C’è da ricordare ancora un episodio più specifico, datato 2016: l’insurrezione orgogliosa dei teatranti greci contro la nomina alla guida del Festival Epidaurus del belga Jan Fabre, allora quasi idolatrato da Berlino a Roma come nuovo guru del post-drammatico, fresco di kolossal neo-disioniaco ‘Mount Olympus, To glorify the cult of Tragedy’.

Dinanzi a un appello con centinaia di firme di esponenti della comunità artistica ateniese e a un clima di rivolta già molto teso anche solo scorrendo i social, Fabre alla fine si chiamò fuori; poi tutta la vicenda è passata in fretta nel dimenticatoio collettivo quando è esploso il caso giudiziario d'epoca Me Too che ha bloccato Troublyn per alcune stagioni. 

 Ecco che oggi, come da lemma oraziano, sembra quasi che il nuovo teatro greco si stia nettamente caratterizzando intorno a una sorta di superamento di quel ‘post-dramatisches’ originale, con un recupero della dimensione fiabesca, si direbbe quasi magica, in chiave neo-post-minimal, spesso senza parole, con una poetica che rasenta il corrispettivo teatrale dell’art brut.

Così che tanti protagonisti giovani e innovativi hanno potuto contribuire a inaugurare una vera e propria ‘new wave’ contemporanea nell’Atene impoverita dai saccheggi del regime finanziario turbo-liberista.  

(2)  E’ PAROLA DI CHRISTOS

 Come può non esserci rabbia con tutto ciò che accade intorno a noi? Come si può sopportare questa realtà? La situazione politica, l'ascesa dell'estrema destra, la corruzione, le guerre che ora siamo arrivati ad accettare come una sorta di normalità politica, la distruzione ambientale: tutte le cose che una volta credevamo non avremmo mai dovuto vivere, ora sono qui.

 In questa triste realtà, dove le linee della distopia sono già state superate, recentemente mi sono ritrovato a tornare alla mia adolescenza. Ricordo quella lussuria per la vita, la velocità, la spinta incrollabile, la sensazione che tutto fosse possibile. Quella fiducia - senza paura - che il mondo fosse di fronte a noi, aperto e nostro, e che lo avremmo vissuto nel modo in cui desideravamo e meritavamo.

 Questo lavoro è il mio tentativo di rivisitare quella sensazione. Per ritrovare quel momento. E con esso, per riguadagnare quella forza, quell'ottimismo e quel senso di stare ‘insieme’. 

 Devo ricordare a me stesso che sperare è già un atto di resistenza e che tale coraggio non era né ingenuo né caratteristico. Era vero. E lo è ancora.

(Note introduttive online di Papadopoulos a ‘My Fierce Ignorant Step’)

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