Si può mettere in immagine l'inimmaginabile di oggi a Gaza? E discutere tra tarallucci e vino dei brandelli strappati a quell'inferno?

La mostra di Activestills negli spazi della Cattedrale alla Fabbrica del Vapore

Domenica 3 maggio negli spazi di Fabbrica del Vapore ha inaugurato la mostra ACTIVESTILLS Documenting life, death and resistance in Palestine a cura di Prospekt Palestine Project. Nello statement pubblicato sul loro sito, il collettivo Activestills, rappresentato in occasione dell’inaugurazione dai fotografi Ahmad Al-Bazz e Mohammed Zaanoun, enfatizza l’autorialità condivisa dell’archivio: “per questo motivo sotto le foto non troverete i nomi dei singoli autori”, dicono, “le foto appartengono a coloro le cui lotte vengono documentate”.

Nel libro Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società (1977) Susan Sontag scriveva che “la nostra capacità di sopportare il crescente grottesco delle immagini [...] ha un prezzo oneroso. Alla lunga, non è una liberazione ma una riduzione dell’io: una pseudofamiliarità con l’orribile rafforza l’alienazione e diminuisce la nostra capacità di reagire ad esso nella realtà”. Meglio non guardare, sembrerebbe.

Eppure, nonostante le orecchie - in questo caso mettiamoci pure anche gli occhi, il naso, la bocca - da mercante degli Stati democratici e garanti dei diritti umani solo-quando-non-diano-fastidio, questa sorta di coazione alla produzione di mostre fotografiche sulla Palestina, negli stessi Stati di cui sopra, testimonia non solo la volontà di guardare, ma soprattutto la consapevolezza della responsabilità insita nel guardare. 

Quasi trent’anni dopo la pubblicazione di Sontag e, più significativamente, dopo la diffusione fotografica delle guerre jugoslave, delle guerre in Asia Sud-Occidentale e dell’attentato alle torri gemelle, George Didi-Huberman propone un approccio diametralmente opposto. In Immagini malgrado tutto (2003), parlando di quattro foto scattate di nascosto nel campo di concentramento di Auschwitz, insiste sull’importanza di mettere in immagine l’inimmaginabile, poiché è proprio sull’impossibilità di immaginare che proliferano i regimi e le dittature: “Immagini malgrado tutto allora: malgrado l’inferno di Auschwitz, malgrado i rischi corsi [...] malgrado la nostra incapacità di guardarle come meriterebbero, malgrado il nostro mondo, un mondo rimpinzato, e quasi soffocato, da merce immaginaria”.

Se da una parte il rischio del funzionamento di queste mostre come lavatrici della coscienza occidentale esiste, dall’altra non si può ignorare che queste immagini conservano una resistenza eccedente i discorsi buonisti delle istituzioni, quel punctum di cui parla Roland Barthes nel suo saggio La camera chiara (1980), che non si può liquidare così in fretta, e con cotanta snobberia intellettuale.
Dunque chi ha ragione? Con chi dei due ci schieriamo? E che fare di questi “brandelli strappati all’inferno”, per dirla di nuovo con Didi-Huberman, che ci vengono serviti insieme a un po’ di vino e qualche tarallo?

Nella prefazione di Estetiche Investigative (2025) il professor Maurizio Guerri anticipa che per gli autori del libro, Eyal Weizman e Matthew Fuller, è necessaria una rifondazione del concetto di “estetizzazione” come “processo o atto di divenire o rendere sensibili, [l’estetizzazione] è dialogica e collettiva, allo stesso modo in cui un’emozione è relazionale e la giustizia è costituita attraverso un’assemblea”.

È nostro il compito, non delle immagini, di resistere alla tentazione livellatrice dello sguardo esausto e distratto. E allora noi scegliamo Didi-Huberman, sempre. Scegliamo di assumere su di noi le immagini insieme alla loro fenomenologia quando guardiamo la foto di un padre che solleva il minuscolo cadavere del figlio avvolto in una busta. Contro l'anestesia dell’abitudine paventata da Sontag, consideriamo ogni volta quella condizione di esistenza dell’immagine, e consideriamo altresì la rete di relazioni in cui essa esiste e assume un senso.

Mohammed Maadi tiene sua nipote morta, Jana, due anni, due giorni dopo che è stata uccisa quando Israele ha bombardato la loro casa di famiglia nella Striscia di Gaza: questa foto ha cambiato la mia vita, spiega la fotoreporter Anne Paq di Activestills (screenshot da aljazeera.com)

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