Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
È difficile ragionare lucidamente su Badke(remix), lo spettacolo che ha animato la Cattedrale di Fabbrica del Vapore e di fatto concluso LIFE2026.
È difficile fin dall'inizio 'al buio' perché le emozioni sono contrastanti, viscerali e sembrano poter sopravvivere solo all’interno di quella bolla spazio-temporale creata da LaGeste|Stereo48. Quello spazio intimo e specifico che si genera quando le luci si abbassano e si rimane sospesi nell'invisibile ad ascoltare il respiro dei performer e i loro passi che risuonano nel nero del palcoscenico.
Ci viene richiesto uno sforzo cognitivo, eppure lo scrutinio del buio per individuare i confini dei corpi, visivi e sonori, diventa un gesto naturale.
Poi il limbo iniziale si schiarisce e all’orizzonte percepiamo le luci di una città remota. Ci troviamo catapultati in un locale di notte in Asia occidentale: una sala dalle pareti malandate, fumo leggero, luce opaca, odore di incenso e un’atmosfera di festa. Due casse al massimo volume distorcono il suono, mentre fuori sfrecciano auto cariche di giovani che escono a divertirsi.
Badke(remix) si muove così: per bolle, epifanie, ricordi, percezioni e premonizioni. In questo microcosmo si celebra la vita, si corteggia, ci si rincorre, ci sono amici, sorelle, fratelli, parenti; persino un cane randagio, fuori, che sentiamo abbaiare furiosamente contro il traffico.
L’impressionante precisione dei performer trascina lo spettatore nella loro visione. Un passato in cui si danza liberamente, con gioia e una leggerezza atemporale. Oltre un’ora di movimento ininterrotto che include hip-hop, breakdance, danza contemporanea, capoeira e, soprattutto, Dabke.
La Dabke è una danza tradizionale palestinese, solitamente eseguita nel contesto dei festeggiamenti dei matrimoni. La performance gioca sul suo anagramma trasformandosi in “Badke” - e ora, immancabilmente, anche “remix”. Questo slancio vitale, questa urgenza del corpo in movimento, viene sapientemente rielaborata alla luce dell’attualità geopolitica palestinese. Tradizione che torna contemporanea perché risponde a un’esigenza immediata di resistenza.
Se la versione originale, firmata da Les Ballets C de la B e dal coreografo considerato un maestro come Alain Platel, muoveva i ballerini tra il 2013 e il 2016, oggi il progetto guidato da Amir Sabra e Ata Khatab si riappropria del proprio peso politico.
Come recita la nota di LaGeste: “we're not going to let anyone tell us what to do. We will dance until we drop”. Danzeranno fino a, collasso, all’ultimo respiro.
Eppure, in questa apparente idilliaca anarchia, qualcosa comincia a stonare. Nessuna sirena o rumori discordanti, solo il sopracitato cane che continuala sua protesta contre la auto. Ma gli sguardi cambiano. Una ragazza vestita di bianco si ferma vicina al pubblico, lo fissa senza tradire un’angoscia intrriore. Poi qualcuno la fichiama all’ordine: l’ordine del sogno. Dobbiamo restare lì.
Ma il collasso non è più solo fatica fisica. Qualcuno si accascia a terra, inerme, per decine di secondi. Troppo algido per essere solo esaurimento muscolare; contrasta troppo con la festa perenne a cui stiamo assistendo. Questa scena appartiene già a un’altra “bolla”, un altro momento.
Due sorelle si tengono per mano, prone sul pavimento, immobili di fronte a noi per minuti interminabili. Ma le luci sono ancora accese, la musica picchia forte, il resto della comunità continua a muoversi freneticamente. Sulla sinistra, una coppia si cristallizza: lui, in piedi e svuotato di ogni forza, fissa impietosamente lei, inginocchiata e disperata.
Qui luci e suono, curati magistralmente, compiono un ruolo fondamentale. I ritmi della Dabke si fanno lenti, ovattati, subacquei, i nostri occhi guardano ancora il club, ma le nostre orecchie sono già altrove, riportate con forza al presente.
Ci giriamo intorno per non pronunciare la parola, ma quel rimbombo sordo è drammaticamente simile all’effetto di un’onda d’urto, al risveglio dopo un’esplosione, un bombardamento.
In un altro momento, i ballerini si accovacciano all’unisono per poi distendersi con le mani dietro la testa.
All’inizio si diceva quanto fosse difficile ragionare su quest’opera, ed è per scene come questa: è un graffio degradante all’anima. La malinconia straziante che nasce dal constatare come una danza nata per celebrare la vita coincida, oggi, con l’immaginario della guerra.
Eppure Badke(remix) non è la commemorazione del dolore, al contrario celebra la resistenza e la possibilità di uno spazio di liberazione, di festa.
Ricorre più volte una particolare movimento: con le braccia alzate e lo sguardo dritto al pubblico, le ballerine e i ballerini muovono le mani verso il proprio petto; poi la gamba destra si porta dietro la sinistra, si cambia inclinazione ma il movimento si ripete.
Quei gesti parlano chiaro. Non si tratta né di spettacolarizzare il dolore né, al contrario, di scordarci volontariamente cosa succede fuori da quelle mura - che si tratti di quelle del locale o della Cattedrale.
È un invito a restare con loro in quella bolla, in quella fantasia di una perenne e spensierata festa notturna.