Biennale Teatro 2026, appunti per un piccolo diario sul filo rosso del dialogo tra il mondo dei vivi e quello dei morti

'Ragada' a Ca' Malcanton (foto di Andrea Avezzù)

Cosa propone la nuova scena a Venezia oggi? La città è già magica di per sé, viverla con il teatro ancora di più, ma che male ai piedi correre da uno spettacolo all’altro…

Alter-Native è il nome del festival di quest’anno: incita a travalicare i propri confini abbracciando il fuori, l’altro (appunto) oltre al dentro. Alternative dall’inglese “alternativo”, allo stesso tempo è Alter – Native, ovvero “d’origini altre”, ma anche alternative come possibilità di scelta.

Quanto è sostenibile continuare a ragionare in un’ottica di bulimia capitalista anche nel teatro? È proprio necessario vedere “tutto tutto”? Io condivido le mie personalissime opinioni sparse non su “tutto tutto” ciò che ho visto, ma su ciò che mi ha colpito di più.

Mugen Noh Othello di Satoshi Miyagi

(7 giugno 2026 e talk 8 giugno 2026)

È nel tepore del Teatro Piccolo Arsenale – caldo specchio di un’esperienza quasi allucinata – che Biennale inaugura il festival. In un interessante gioco equilibrista, tutte le proposte di quest’anno muovono su un confine sottilissimo tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Satoshi Miyagi porta in scena un gioiello, un abile artificio scenico che incanta, in cui unisce la tradizione shakespeariana e quella Nō giapponese, raccontando la storia di Desdemona dall’Otello. Un teatro mediato dalla contemporaneità nipponica sulla scia del maestro Tadashi Suzuki. Quelle che sembrano semplici informazioni di servizio sono in realtà struttura portante di ciò che Miyagi ha voluto traghettare in laguna: un’idea di rivalsa sulla morte, di spiriti che cercano una pacificazione, entità che il teatro può tranquillizzare creando un ponte tra dimensione terrena e altro/oltre-mondo.

Ad incarnare la dimensione di ascolto della storia di Desdemona sono il pellegrino e il coro, che accompagnando assieme ai musicisti Hayashi-Kata il racconto della donna, producono un risultato onirico che ipnotizza.

Durante il talk del giorno dopo, Miyagi parla di come la site-specificità sita in Arsenale di quest’opera sia stata tassello fondamentale. Luogo pregno di storia e “spiriti”: la manodopera dell’Arsenale fu nucleo propulsore della Battaglia di Lepanto che, con la realizzazione delle galeazze veneziane, permise alla Lega Santa di vincere lo scontro.

È la location perfetta per portare in scena: da una parte la storia di una donna uccisa per la mano di un uomo geloso e possessivo; dall’altra il concetto di “appease the deads”, ovvero lenire il rapporto con la morte e il lutto in situazioni tragiche, questo permette a fantasmi pacificati di riappropriarsi di uno spazio per poter raccontare la propria storia.

Goodbye, Lindita di Mario Banushi

(8 Giugno 2026)

Mario Banushi prosegue sulla scia del rapporto con l’altro-mondo nel tentativo di raccontare il lutto. Chi, come me, non aveva ancora avuto modo di vedere il giovane regista in azione, non sa bene cosa aspettarsi. Porta in scena un lutto molto intimo, e aprendo una finestra sulla propria interiorità (che qui prende la forma di un anonimo appartamento), lascia la possibilità al pubblico di decidere se entrare.

A quel punto spetta a chi sta in platea capire fin dove si vuole spingere, perché lui continua ad aprire varchi, pertugi e spiragli. Illuminati dalla luce colorata che irrompe dalle pareti sfondate della scenografia, riesco ad osservare gli spettatori accanto a me, molti sono a boccaaperta.

La potenza comunicativa della non-parola in scena lascia spazio solo al racconto del corpo, che per lui diventa un vero e proprio mezzo di grammatica teatrale. Lo spoglia e lo riveste, lo tocca e battezza. E mi chiedo quanto, in questo sogno, il giovane Banushi riuscirà a spingersi oltre e a dialogare con questo elemento.

Cries di Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis

(9 Giugno 2026)

Il Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio Maggiore è un suggestivo “luogo destinato allo spettacolo”come quelli greci, a cielo aperto, realizzato però nella seconda metà del secolo scorso.

È un grido disperato, una commistione di influenze di jazz, opera e tragedia greca, ad irrompere nella quiete una volta spente le luci attorno a noi. Cries mette in scena le difficoltà del contemporaneo dell’ascoltare e dell’ascoltarsi, e si lascia andare chiedendo al suo pubblico di fare lo stesso per attivare un livello di percezione altro, differente.

Tutte le onomatopeiche grida di dolore delle tragedie greche vengono citate, questo spettacolo parla di guerra da un nuovo punto di vista.

Immersi nel verde delle siepi che dividono le sedute, è divertente veder affiorare le teste di tutti i presenti come quelle di talpe nel mezzo di un prato. Christos Stergioglou, che interpreta l’uomo sorridente che si riempie di microfoni per provare a sentire qualcosa di sè, si sdraia al centro dell’orchestra per guardare il mondo da un'altra prospettiva. Poi cosparge il pavimento di semini e prova a richiamare a sé gli uccelli, ma nessuno risponde al suo fischiettio.

Mi chiedo se si aspetti che interveniamo noi con un fischio in risposta al suo, che prendiamo parte, ma nessuno lo fa.

Hewa Ruanda: Letter to the Absent di Dorcy Rugamba

(10 Giugno 2026)

Quello di Dorcy Rugamba è il teatro di una parola vissuta e consumata che si avviluppa in un abbraccio caldissimo. L’autore e regista legge la storia della sua famiglia da alcuni fogli poggiati su un leggio, dietro di lui una fotografia che li ritrae, tutti assieme e sorridenti, prima del 1994.

La storia di Rugamba è dolorosissima, e lo spaccato intimo della sua quotidianità spazzata via in un secondo, si interseca con il racconto storico del genocidio ruandese. La lettura, accompagnata dalla chitarra di Manjun detto “il folle”, seppur pregna di fatti dolorosissimi, conserva tanta dolcezza.

Nelle parole di Rugamba non c’è risentimento, né rabbia, ma desiderio di rivalsa, torna anche qui il concetto di “appease the deads”, con la strenua volontà di raccontare le vite di queste persone senza crogiolarsi nel passato, ma volgendo uno sguardo al futuro, e facendo sì che in questo modo possano non essere solo dei numeri ma degli esempi, riacquistando umanità e dando nuovo corpo alle proprie storie.

Ragada di Mario Banushi

(11 Giugno 2026)

Banushi colpisce ancora. Questa volta nell’intimità di Ca’ Malcanton, un piccolo palazzo signorile della laguna dove nella sala la Biennale gli ha fatto allestire lo spazio domestico per ospitare poco più di 20 spettatori a rappresentazione.

L’aria è calda, entriamo e il racconto è già iniziato. Il regista (in scena per tutto lo spettacolo) nutre una donna (la magnetica Rita Litou, attrice di punta della sua compagnia, 'che è come una famiglia', dice lui) per minuti interminabili: i suoi occhi sono lucidi e il silenzio in uno spazio così piccolo sembra mettere a disagio le persone attorno a me, che stanno più in silenzio del solito.

Ci rendiamo conto di essere davanti a qualcosa di unico, Ragada (dal greco moderno “crepa”, “smagliatura”, “spaccatura”) è il suo primo lavoro, a cui tiene moltissimo: l'ha realizzato per il diploma presso la Scuola d’Arte Drammatica di Atene.

Anche qui i corpi per lui diventano elementi grammaticali che si esprimono mediante movimento ed evocazione. La donna in scena pian piano comincia ad essere cosparsa di farina e cucinata.

Curioso come il giovane giochi, attraverso queste sensazioni tattili e olfattive, a disegnare attraverso i suoi attori i panorami della propria mente, dei ricordi, della memoria.

Una memoria che coincide con quella della sua famiglia e prende spesso corpo in figure femminili, e che a una distanza così ravvicinata si riesce quasi a sentire sulla propria pelle.

Una delle ultime scene di 'Cries' al Teatro Verde dell'Isola di San Giorgio (foto di Andrea Avezzù)

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