'La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei'. E invece c'è da portarli a questa Francesca-Clarissa...

Francesca Osso 'Mrs Dalloway#1' al debutto a Udine (foto di Alice BL Durigatto)

 Non per battere il ferro ancora caldo, ma dov’erano per esempio gli assessori alla Cultura che si vantano tanto d’occuparsi di teatro (Franesca Caruso della Regione che ha appena presentato l’annuale rassegna 'Futura: lo spettacolo in Lombardia', o il Giuli-vo Tommaso Sacchi del Comune, fresco di nomina ministeriale nel Consiglio Superiore dello Spettacolo) la sera del 3 novembre? E dove sarannno le prossime sere, fino all’8 novembre?

 Non è che si vedano mai tra gli spettatori delle migliori proposte artistiche su piazza, non c’erano - per dire - alla prima di Daria Deflorian al Piccolo Teatro, loro o altri maggiorenti: mai visto un politico di ruolo in Triennale Teatro Milano nemmeno per quei tre-quattro ultimi appuntamenti di rilievo appena presentati a FOG. Sono sfilati giusto tanti attori, critici, amici e parenti per la premiatissima Valentina Picello che all’Elfo Puccini in ‘Madri’. 

 Figurarsi se qualcuno della oligarchia locale si presenta in una piccola sala dove pulsa la passione e non girano granché denari, alla Contraddizione, a Campo teatrale o a PimOff. E non sembrava esserci nessun Vip, a parte l’attivissima giovane regista Ivonne Capece che guida il Teatro Fontana, ad accogliere la prima sera il ri-debutto a Milano del 'Mrs Dalloway’ #1’ allestito a Udine nel 2025, per i cent'anni del capolavoro di Virginia Woolf. 

 E dire che di un’altra straordinaria protagonista si parla, Francesca Osso, splendida friulana classe 1998, con un piglio fatale e degli occhi verdi da perdercisi dentro, attrice di formazione che più milanese di così non si può, uscita dalla scuola Luca Ronconi del Piccolo, dove ha poi mosso i primi passi.

 Certo, bisogna aver voglia di sedere dentro lo spettacolo e pure un po’ partecipare, tra i quaranta spettatori che si accomodano sulle sedie disposte a ferro di cavallo ne La Cavallerizza, piccola sala di Manifatture Teatrali Milanesi ricavata dalle antiche scuderie del Palazzo Arese Litta in corso Magenta.

 E avranno pur letto, almeno Sacchi se non anche Caruso, che dopo la pomposa presentazione a palazzo Reale di Milano Teatro City, con la saga dell’auto-elogio istituzionale per la varietà e l’eccellenza di teatri di Milano, si era osservato - con il consenso plateale di molti addetti ai lavori appassionati - che i teatri milanesi di prima grandezza sono ormai quel che sono, con programmazioni culturalmente perlopiù ‘trasparenti’ e nemmeno di così grande successo.

 Chiedendo scusa per l’auto-citazione, si osservava che ‘sul piano del risultato squisitamente estetico e culturale, delle nuove produzioni soprattutto - fatte pochissime e ben note eccezioni -, non sono nemmeno paragonabili a quel che esce da un qualunque teatro artistico di una provincia media, belga o francese, o anche solo del Friuli, fate voi’. 

 Ed eccolo qui a Milano, fino all’8 novembre un bello spettacolo ‘friuliano’ povero ma ricco, davvero esemplare, sul piano teatrale e culturale - altro che un certo pop da Teatro Manzoni o Arcimboldi tanto amati dai Vip del potere. Per la prima volta si esce con l’impressione che la grandezza di Virginia Woolf sia stata davvero rispettata, compresa e riproposta.

 Ovviamente è un lavoro tanto al femminile, con la regia di Rita Maffei, che è presidente e co-direttrice artistica dell'ottimo CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia - naturalmente aperto all’Europa e al mondo, con tanto di ottime scuole nazionale e internazionale, ancora con l’impronta non troppo remota di un innovatore come Franco Quadri.

 A supportare a dovere questo one-woman-show di Osso, contano certo anche la drammaturgia di Paola Fresa, e la scena/luci di Luigina Tusini. A onor del vero il tamburino completo segnala altri importanti contributi: musiche originali di Vittorio Vella e post produzione video di Paola Zoratti - Entract Multimedia, fonica e luci di Jvan Moda, dei quali si nota l'oggettiva ‘portanza’ in questa agile e perfetta costruzione teatrale, ma non si può spiegare nel dettaglio senza incappare in qualche ‘spoiler’ di troppo. 

 Gli appassionati milanesi hanno tempo fino all'8 novembre, per vivere così da vicino questo spettacolo talmente ben costruito che viene voglia di correre subito a casa per rileggere il romanzo. Oddio, c’è stata pure qualche signora che aveva già il cellulare in mano nel cortile di palazzo Litta per raccomandarlo agli amici: a sfacciata domanda ha risposto un’elegante borghese milanese di mezza età che stava addirittura pressando con il passaparola la fidanzata intelligente e femminista del nipote…

 L’allestimento è essenziale ma efficacissimo, tutto virato sul biancore della pagina da scrivere che è poi la vita, e che può essere anche la parte dopo (vedi il proverbiale finale di ‘Carlito’s way’ con il protagonista che fissa le luci al neon sulla barella dell’agonia).

Per restare al teatro e all'Europa vicina a Udine, giusto a FOG nel 2025 s'era visto qualcosa di analogo a questo 'Mrs Dalloway #1' in contesto ridotto, anzi, a dire il vero, era ancor più in mezzo a una piccola platea, quel premiato allestimento delle inquietanti 'Lezioni di guida' riproposte dalla giovane regista serba Tara Manìc.

In questo caso c'è un'unica protagonista, Francesca, che risulta così matura come attrice da riuscire ad animare, chiamando a esser complice il pubblico lì davanti, le figure sia della scrittrice, sia ovviamente della protagonista del romanzo, sia dei comprimari, rendendo pure perfettamente l’atmosfera di un capolavoro della letteratura dell’inizio del Novecento ancora così vivo.

Anche soltanto il ben noto monologo su Sally Seton, che è già proprio teatrale sulle pagine originali della Woolf, vale il prezzo del biglietto e un 10 con lode all’interprete, che fa proprio commuovere rendendo vera e presente quella disperata nostalgia per un turbamento amoroso che era insieme anche lo specchio di un’altra possibilità vitalistica d’affrontare il mondo.   

 E’ un peccato perdersi questa ‘straordinaria emozione', davvero. E a proposito della superlativa Francesca, così perfetta e multiforme, alla fine si può soltanto rimanere seduti un altro momento, come nel romanzo fa, invece d'entrare subito alla festa, il primo innamorato di Mrs. Dalloway, Peter, e pensare applaudendo convinti: 'Che cos'è questo terrore? Che cos'è quest'estasi? Che cos'è che mi riempie di una tale straordinaria emozione? È Clarissa, disse. Perché, eccola, era lì'. 

 Già, è proprio stata lì, a due passi, mi ha dato la mano, mi ha guardato negli occhi, mi ha travolto con la sua lucidità, mi ha portato dentro la sua vita, i suoi amori e la sua disperazione: ah, davvero, che brava Clarissa-Francesca! Chissà se qualcuno si ricorderà di portarle dei fiori.

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