Beh, 'dove finisce il dolore' se non in una Santa Maria dei Miracoli?!? Appunti su una serata di danza speciale
20.05.2026
Dopo l’opportuna revisione pasquale di ‘Miracolo a Milano’ in tv, su Rai5, con tanto di sottotitoli alle parti in milanese, non è che in molti abbiano poi cambiato idea a proposito di questa operazione kolossal del Piccolo Teatro.
Se n’è riparlato anche tra dramaholici vicini e lontani, registrando pareri difformi. Ecco gli appunti relativi a un piccolo panel, composto da due signore spettatrici professionali, un inevitabile saputello e l’entusiasta di complemento. E’ come un sondaggio ‘stocastico’, e perciò abbastanza indicativo, come direbbe il sociologo, per impostare un’ipotetica ricerca qualitativa sulle reazioni del pubblico.
Tocca cominciare mettendo subito da parte il tema della meraviglia di tutti e dell’incondizionata ammirazione nei confronti della neo-92enne di Giulia Lazzarini, condita con l’inevitabile commozione e qualche lacrimuccia per il monologo dall’Aldilà appoggiata al bastone, non a caso strategicamente piazzato all’inizio, quasi in raddoppio del dialogo pseudo-ibseniano sul letto di morte.
Andando al dunque, si deve partire da Lino Guanciale: bene, bravo, bis. Nessuno oserebbe mai dire che non abbia dominato e vinto una sfida davvero improba. Meglio, molto meglio, di altre precedenti perfomance attoriali pur accolte con applausi e premi.
Guanciale è un attore in piena maturazione e può arrivare davvero ai vertici: l’affettuoso scambio di saluti con Umberto Orsini in platea, ripreso dalle telecamere Rai e rilanciato dalla messa in onda, indica anche la direzione del percorso, verso la posizione apicale in quello che una volta si definiva ‘il teatro d’arte per tutti’.
Di Guanciale miracolato a Milano va comunque notato quel sovrappiù di presenza interpretativa a cui s’è voluto appoggiare, che - come suggerisce l’Intelligentona di turno - è accentuata anche dal numero di ‘imitazioni’ che sparge nelle tre ore d’impegno e in particolare dalle citazioni fisiche di Totò. Su questo riferimento i pareri sono discordanti, al netto che il ricorso alla macchietta di Totò appare, oltre che pop, decisamente astuto, sempre che sia davvero d’immediata decifrazione - a differenza, per esempio, della meno facile riconoscibilità universale di un superbo omaggio a Dario Fo nella scena dell’acqua.
In generale, come suggerisce l’inevitabile saputello con il consenso di tutti, forse dalla direzione degli attori ci si poteva aspettare di più, venendo dalle capaci mani di un allievo diletto di quello straordinario regista di attori che è stato Luca Ronconi. Per amore e per rispetto evitiamo di riportare critiche in dettaglio, salvo citare in positivo le eccellenti prove degli interpreti di alcuni personaggi - per esempio Arturo e Marta, piuttosto che Edvige -, e il lodevole impegno dei ragazzi allievi della scuola. Saputello ricorda che un precedente kolossal proposto da Claudio Longhi in analoga chiave grottesco-brechtiana, ‘La commedia della vanità’ da Elias Canetti - che peraltro vedeva Guanciale esordire come assistente alla regia -, era di fatto diretto in scena da un odierno ‘capocomico’ del livello di Fausto Russo Alesi.
Per il resto va sottolineata l’impeccabile coerenza intellettuale di una regia così ispirata, e in modo plurimo: dichiaratamente al film di De Sica e Zavattini, al Brecht da Tre Soldi e all’Ibsen che antipatizza con il realismo naturalista nel fantastico ‘Peer Gynt’, al fondatore-mito del Piccolo Giorgio Strehler e ovviamente, soprattutto e sopra tutti, al Maestro Ronconi (che per raccontare e omaggiare Roma aveva lavorato a partire dal Pasticciaccio di Gadda, condendolo con altri testi). Longhi mette insieme tutti questi elementi forti del teatro e con rispetto si sottrae rinunciando ad aggiungere altro (e ci mancherebbe).
Impeccabile e mastodontico il lavoro sul testo, firmato dallo scrittore e letterato Paolo Di Paolo: anche nel nostro panel dramaholico non mancano i lettori del suo recente ‘Romanzo senza umani’, ed entrambe le addette ai lavori sostengono che si tratti di una gran bella lettura. In questo ‘Miracolo’ ci sono sia la trasposizione del film, sia gli inserti di didascalizzazione storica, sia le citazioni ottime e abbondanti, con la lingua letteraria di Carlo Porta, di Carlo Emilio Gadda, di Giovanni Testori, di Giovanni Raboni, e su parole di Alberto Savinio e poesie scritte da Cesare Zavattini in dialetto luzzarese tradotte in milanese per lo spettacolo (e poi momenti da Verdi, Puccini…). Un’osservatrice competente, Floriana Conte - dalla cui recensione sul magazine online ‘art a part of cult(ure’ abbiamo tratto l’elenco di cui sopra - ha trovato notevole che poi questa milanesità sia stata innestata, per via anche dell’estrazione geografica degli stessi attori, ‘su varietà regionali che riflettono una realtà linguistica che innerva Milano ancora oggi’.
Bene, per questa via lastricata d’elogi, si arriva al dunque. Ossia al cuore della questione relativa a questa grande produzione teatrale del più importante teatro pubblico di prosa milanese e d’Italia. Che lo spettacolo sia piaciuto davvero, e tanto, come ai nostalgici del Piccolo che fu, in servizio permanente effettivo anche tra i dramaholici; che abbia qua e là annoiato un po’, soprattutto negli incisi storici, come sostiene l’altra addetta ai lavori; che abbia invece proprio per questi intermezzi arricchito piacevolmente la cultura dell’entusiasta di complemento; o, infine, che abbia irritato profondamente il saputello, pur riconoscendone comunque la notevole sostanza; bisogna prendere in esame i dati oggettivi.
Lo spettacolo ha riempito per quasi un mese il teatrone intitolato a Giorgio Strehler ed è stato regolarmente accolto da una selva d’applausi - i primi a scena aperta, com’era naturale, per l’immensa Giulia-Ariel. Detto dell’eccellente consenso del pubblico, con prevalenza femminile, con tanti over 60 e anche folti gruppi under 25, ‘Miracolo’ ha invero registrato una certa tiepidezza delle critiche, in media ovviamente, perché si sono letti pure due-tre elogi esaltanti e una-due imprevedibili stroncature. Si sono notati persino alcuni imbarazzi, ben celati nelle analisi ‘ex cathedra’, anche di chi peraltro vanta qualche prossimità professionale con lo stesso Piccolo.
Il merito del successo sembra vada equamente diviso tra i vertici al potere oggi in via Rovello, un direttore generale così tanto ‘marketing oriented’ Lanfranco Li Cauli e un direttore artistico sperimentato e capace come Longhi (sopravvissuto al tentativo d’invasione della destra, in parte anche grazie alla forza degli incassi del suo precedente ‘Ho paura torero’ con lo stesso Guanciale e di altre produzioni). Li Cauli e Longhi non potevano certo permettersi di sbagliare l’operazione ‘Miracolo a Milano’ in questo preciso momento storico e politico e perciò hanno scelto di procedere per la strada maggiore, che più di così era impensabile, con un remake di successo accompagnato da uno straordinario investimento d’immagine e di promozione, da grande industria culturale.
L’eco mediatico di fondo, attivato a raggiera, è stato davvero senza precedenti, dalle riviste universitarie alle televisioni, dagli incontri culturali diffusi nei quartieri alla meditazione condivisa all’alba, in un terrazzo dinanzi al Duomo, dell’Arcivescovo con Guanciale, per un totale di 50 - cinquanta - iniziative collaterali. La grancassa è stata ovviamente battuta all’unisono dai giornaloni, in particolare dal ‘Corriere della Sera’ post-veltroniano, ormai house-organ del sindaco tanto quanto dell’editore iper-narcisista, già assistente di Berlusconi, che peraltro deve la conquista del quotidiano all’identica istituzione bancaria e oligarchica dante causa il potere decennale di Sala.
Fa fede anche solo la paginata intera per l’annuncio della messa in onda su Rai 5, dove si ricorda persino il ruolo del sindaco Greppi nella fondazione del ‘Piccolo’ ormai quasi 70 anni fa. ‘Un altro sindaco oggi, Giuseppe Sala è stato tra i 25.000 spettatori del «Miracolo»’, si legge in questa cronaca stile Giornale Luce, ‘consegnando personalmente alla fine un mazzo di fiori a Giulia Lazzarini che, il 24 marzo, in scena, nel ruolo che al cinema fu di Emma Gramatica, ha festeggiato i 92 anni, gran parte dei quali trascorsi proprio al Piccolo, volando nella Tempesta e inabissandosi nelle viscere della terra nei Giorni felici. Fra il pubblico ci sono stati l’arcivescovo Delpini che si è trovato in scena a tu per tu la dorata Madonnina, la senatrice a vita Liliana Segre, i discendenti della famiglia De Sica (Christian, che nacque proprio mentre il padre girava il film a Milano, e il nipote Andrea) e Zavattini (Nicoletta e Valentina Fortichiari). E moltissimi artisti che del Piccolo sono amici, complici, parenti, da Fracassi a Branciaroli, da Jonasson a Marinoni, da Lella Costa all’Arlecchino Soleri, i teatranti coevi di via Rovello (il Parenti di Shammah e l’Elfo di Bruni e De Capitani), oltre a personaggi della cultura da Luca Formenton a Elisabetta Sgarbi’.
E non è finita: ‘Questa composizione del pubblico, questo prisma di valori e culture in cui ognuna le rappresenta tutte e tutte la valgono, come a riunire i molti specchi in cui la città si osserva, è la prima ragione socio-culturale che ha spinto il direttore generale Lanfranco Li Cauli e quello artistico Claudio Longhi ad allestire non solo un grande spettacolo kolossal (utilizzando anche gli allievi della scuola), un raffinato amarcord cine-teatrale in bianco e nero, ma anche un lavoro capillare sul territorio lombardo e le sue radici. Operazione che ha coinvolto in cinquanta appuntamenti che hanno preceduto e accompagnato lo spettacolo («Aspettando Miracolo a Milano», «Oltre la scena») nei meandri operosi della città, quartieri e municipi, scuole, associazioni, enti benefici, tutto quello che fa di Milano una città aperta non solo al turismo dei grattacieli ma anche alla cura dei fragili’.
Il prisma di valori e culture, i meandri operosi, la cura dei fragili… Tutto meraviglioso, e anche un po’ vero. Basterebbe soffermarsi soltanto su questo risvolto delle capacità ‘di cura’ della città degli iper-ricchi di oggi, rispetto alla serie storica, fino agli anni Novanta del Novecento, dei primi cittadini socialisti del dopoguerra, aperta appunto da Greppi, ché era soprannominato ‘il sindaco dei poveri’. Superfluo ricordare anche semplicemente i titoli degli ultimi pamphlet degli studiosi meno allineati, che hanno analizzato come si è affermata la polarizzazione sociale da diseguaglianze, da ‘L’invenzione di Milano’ al recente ‘Milano fantasma’ che raccoglie le indagini sul campo di alcuni antropologi e sociologi tra le periferie e le vite ai margini.
E aldilà del merito della lista degli spettatori Vip di cui sopra, accorsi ad applaudire questo bel canto della nostalgia del teatro che fu, Li Cauli per dovere e Longhi per piacere hanno sicuramente presente la sistematizzazione dell’analisi sull’avvenuto radicale distacco delle élite metropolitane dal mondo del teatro, di prosa in particolare, a specchio perfetto dell’estraneità totale della classi inferiori (Olivier Neveux).
Venendo al risvolto politico, per chi suona dunque questo ‘Miracolo’? In assenza di un vero dibattito diffuso, che pure alcuni osservatori auspicavano si potesse aprire, lo spettacolo si presta alle opinioni più divergenti: per esempio, l’Intelligentona spettatrice storica e il giovane entusiasta di complemento trovano che sia un lavoro fedele ideologicamente alle ascendenze brechtiane e ronconiane; l’altra addetta ai lavori, forse per conseguenza di una certa noia, sostiene che si tratti soprattutto di un’operazione a freddo, finalizzata agli incassi al botteghino. Saputello aderisce all’idea che sia poi anche un’opera aperta, talmente onnicomprensiva da poter accontentare tutte le sensibilità politiche e culturali. Sta di fatto che il ricordo nostalgico di un mondo che non c’è più, ma che resta comunque alla radice della città, equivale in definitiva a una celebrazione.
Che il sindaco Sala sia accorso ad applaudire questo lavoro - evento inconsueto, dato che si vede giusto alla Scala - di per sé non è una prova della condiscendenza dello spettacolo nei confronti della sua gestione di Milano. Trattandosi comunque di teatro di parola, è il verbo che fa poi fede: aldilà dell’analisi sul fiume di discorsi sparsi nel testo, basta rileggere i tre brevi monologhi morali che concludono questo grandioso e ‘raffinato amarcord cine-teatrale’.
In sintesi, si aprono con la sorpresa di un canto sulla città dell’eterna promessa che viene declamato da una bella Madonnina dorata in carne ed ossa; segue il delicato monologo dell’innamorata Edvige (una sempre impeccabile Sara Putignano) che allarga alla città l’oggetto del suo sentimento, fino ad affermare che anche chi odia Milano, a ben vedere, in realtà la ama. Il finale dei finali è affidato a un Totò/Guanciale inaspettatamente realista-realista, progressista e antirazzista, che fa da puntuale contrappunto alle precedenti morali. Vale la pena di rileggerlo integralmente. Eccolo.
‘Il tempo, ora, non va né avanti né indietro. È il tempo dei miracoli. Le scope puntano a nord. Ora le vedrete sparire all’orizzonte. Grazie, mia città! Mia contristata, mia umiliata, mia derelitta, mia assediata, mia esacerbata città! Costituitosi in altare, l’economico imperio. Il progresso partorito avea enormità elevantesi ai cieli (ad coelos); vèdasi, poi, classi, vèdasi, poi, classi, iperclassi, castrazioni e distruzion delle medesime, del sociale. Sgonfiata... Mia città! Mia serranda che sàri su tutto e lasci fuori! Fuori lasci! Fuori! I sensa volontà. Fuori. I sensa cervice, i sensa idea, i sensa sesso, i sensa speransa, quelli con la pelle del colore del...! L’è rivà el cicculatè (Fano!) Grazie per chiunque arrivi qui con il cappello in mano... pieno di speranza... speranza di che cosa? Si può sognare tutto... I sogni sono dei ciechi e dei veggenti. Ecco la città. Le piazze le strade i campanili gli abitanti…