E se quella domanda fondamentale che apre ancora oggi la tragedia più antica avesse a che fare con...Shhh!

Pietro Giannini con Valentina Picello ne 'I Persiani' (foto Gaia Rocca)

Arriviamo che è iniziato (1), I Persiani di Eschilo - adattamento e regia di Giovanni Ortoleva -, e questo è già un fatto importante: noi, che ci scopriamo essere i “Fedeli”, siamo come bambini gettati in un mondo di violenza di cui non abbiamo colpa né controllo.

Il coro, interpretato da un meraviglioso Enrico Campanati, ci accoglie in scena mentre prendiamo posto, così come l’eco della disfatta, che risuona nella corsa del messaggero dietro di lui, il polivalente Pietro Giannini, che impersona anche Serse e l’ombra di Dario.

“Io non capisco bene quando parla, ha tutta la bocca impastata” commenta lo Spettatore Per Caso che mi accompagna quella sera. La corsa sul posto di Giannini, che si svolge nel clima tropico-apocalittico milanese, in effetti si è prolungata molto, per cui le prime battute sono smorzate dal fiato corto, tutto a beneficio di un realismo potente.

Il corpo degli attori è assolutamente centrale in tutto lo spettacolo, squadernato in coreografie compulsive e modellato dall’intensità degli effetti sonori, in una spinta espressionista ai suoi limiti fisici.

Quello di Ortoleva è un adattamento che non si snatura in prevedibili riferimenti al nostro presente, per quanto plausibili, tanto da essere individuati nel testo di presentazione dallo stesso regista.

Nessun ammiccamento allo spettatore impegnato, ma uno spettacolo che rimette al pubblico la libertà e la responsabilità di tracciare delle somiglianze (ed eventuali conclusioni) tra sovrani degenerati antichi e contemporanei. 

La fiducia nell’efficacia del testo originale è condivisa anche dagli attori, e si traduce in una cura quasi filologica della recitazione, spesso fedele alla scansione in versi dell’opera; scelta, questa, che per quanto si riveli apprezzabile per la gran parte dello spettacolo, a tratti fa scivolare in una formalità accademicistica.

Nei panni della regina Atossa, Valentina Picello coniuga disperazione per la sconfitta dell’esercito e gioia per il figlio sopravvissuto, terrore per il futuro della Persia ma una preoccupazione ancora più profonda circa il mantenimento dell’autorità di Serse.

Vale la pena soffermarsi su questa contraddizione magistralmente sostenuta dall’attrice, la quale, con la ripetizione ossessiva di una sola battuta - “Bisogna andare a corte per preparare le nuove vesti”, o qualcosa di simile, pronunciata quando il messaggero annuncia il ritorno del figlio, che si è “stracciato le vesti” in seguito alla disfatta  - mostra, ad ogni iterazione, le tappe di un declino che più che banalmente emotivo assume un aspetto psichiatrico.

La prima volta, la battuta è pronunciata con tanta lentezza da sembrare una considerazione strategica: bisogna pensare al ri-vestimento del re, alla nuova foggia del potere, al rebranding, diremmo oggi; l’ultima volta è un grido stremato che ha perso qualsiasi significato reale.

Il dramma si consuma attorno a una scenografia minima ed eloquente: un baldacchino in legno, significativamente svuotato del letto matrimoniale, si fa inizialmente emblema dell’assenza dei cari e poi simbolica fossa comune, in cui al termine dello spettacolo finisce tutto e tutti, regina e persiani, madre e figlio, re e sogni di onnipotenza. 

Sì perché il maggior pregio di questa produzione sta nell’unione della dimensione pubblica della tragedia a quella privata, non per una pretesa di universalismo in cui lo strazio è uguale per tutti e senza responsabili, ma per mettere mettere in scena un innesto parassitario, in cui Serse, partecipando al dolore dello stesso popolo che ha mandato a morire, nutre la distanza tra il nuovo sé e la responsabilità della sua scelta.

Come ricorda Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri - di cui è presente una citazione a mo’ di esergo nella scheda dello spettacolo sul sito del Teatro La Cucina - non esiste nessun “noi” nel dolore.

Sebbene nel contesto originale l’intenzione dell’autrice fosse di avvertire riguardo l’impossibilità, o quanto meno l’ambiguità, della prima persona plurale usata davanti alla sofferenza altrui, alla luce di questa rappresentazione se ne coglie il sottotono politico.

Il Serse di Ortoleva riesce, costruendo un senso di collettività artificialmente egualitario attorno al dolore della perdita, ad ammansire quel coro che pure in un primo momento lo aveva riconosciuto come responsabile e a seppellire, nello “Shhh” finale di Marco Santi - presenza scenica muta e inquietante - forse perfino la nostra coscienza. 

NOTA (1) Il nuovo lavoro del Teatro della Tosse-Fondazione Lazzati ha chiuso di fatto un più che ragguardevole 30mo festival 'Da vicino nessuno è normale' organizzato da Olinda nel parco dell'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini.

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