Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
“Vivi in un paese dove da un momento all’altro nevica”
Maša, Tre sorelle
“Che senso ha?” è esattamente quello che mi sono chiesta quando ho cominciato a leggere Čechov. Lui non chiede di essere capito, anzi probabilmente gode nel vedere il suo pubblico perso e confuso, ma poi rimane appiccicato addosso come il sudore d’estate, come il profumo di Patchouli che invade la sala Shakespeare al Teatro Elfo Puccini di Milano, per “Tre sorelle. Nevica, che senso ha?” di Liv Ferracchiati.
Ferracchiati (classe 1985) calca le scene dal 2015 ormai, e pare aver sviluppato una lieve ossessione per Anton Čechov, apparentemente immotivata, ma l’ipnosi collettiva in cui trascina la platea ogni volta in cui mette in scena qualcosa di suo incanta.
Il regista pare aver afferrato, o meglio, forse, essere stato avviluppato nell’incantesimo di Čechov. La magia del drammaturgo invade la scena sotto forma di un sortilegio immobilizzante, tanto che anche quando si muove, sembra congelata.
Il Tre sorelle čechoviano, infatti, sulla carta non tesse una trama di avvenimenti eclatanti, racconta principalmente viaggi interiori che fanno giri immensi, mentre sulla scena tutto rimane immobile. Ci sono tre sorelle, che Ferracchiati e la dramaturg Piera Mungiguerra fissano in una scenografia su un piano inclinato che pian piano va sgretolandosi (scena firmata da Giuseppe Stellato e illuminata da Pasquale Mari).
Viene naturale chiedersi, o almeno per me è stato così, in che modo delle storie che non raccontano evoluzioni tragiche e ricche di colpi di scena, riescano ad incidere lo stesso, se non di più, dall’immobilità della platea (che in questo caso trova una collettività immobile anche dall’altra parte).
Ad un certo punto divampa un incendio nel bosco di betulle, che siamo noi, uditorio immobile. Guardare questo Čechov, penso, è come trattenere il fiato e sentir girare la testa, o come quando da bambini si girava vorticosamente su sé stessi fino a non riuscire a mantenere l’equilibrio, a ritmo del Tarara ta-ta della Rosalìa.
È il personaggio di Nataša, vestita di colori fluo, a canticchiare il motivetto della cantautrice catalana, e il morbo velocemente prende piede tornando, insistente, in più momenti della pièce: come una goccia impercettibile ma inesorabile, che precipita su questo enorme iceberg, nel tentativo di risvegliare qualcosa.
L’incendio infuria, e lo vediamo attraverso gli occhi di questi personaggi che, per quanto preoccupati, non si adoperano per tentare di spegnerlo, ma rimangono fermi ad osservare, come se effettivamente non stesse succedendo nulla.
Tre Sorelle. Nevica, che senso ha? racconta di un tempo che si dilata, in cui i personaggi però rimangono invariati, fermi immobili, e pian piano vengono sommersi dalla neve e con questa si cristallizzano, senza possibilità di redenzione. Arrivando addirittura ad esondare in platea dal terzo atto, intrappolandola nelle loro appiccicose emozioni.
Mi chiedo se sia questo ciò che serve per scuotere la platea. Per quanto la vicinanza accorci le distanze, è come se tra il suo pubblico ed i personaggi čechoviani rimanesse sempre una pellicola di collphane, una paratia di plexiglass, che forse non sarà mai possibile rimuovere, perché permette quel distacco necessario.
Quanta neve cadrà ancora su di noi, quanto continueremo a rimanere immobili? Dal momento in cui non sentiamo nulla, effettivamente attorno a noi non sta accadendo niente, o siamo talmente anestetizzati da non riuscire più a rendercene conto?
Un poema sul tempo che scorre e immobilizza, messo in scena da un Ferracchiati attualissimo, personalissimo e pungente.