Beh, 'dove finisce il dolore' se non in una Santa Maria dei Miracoli?!? Appunti su una serata di danza speciale

'Là dove finisce il dolore' a Milano il 17 maggio

 Si potrebbe quasi considerarlo un piccolo miracolo a Milano quello che domenica 17 maggio si è svolto sotto la cupola del Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso, dove una giovane compagnia di danzatrici (Rosalie Parlos, Francesca Sari e Filippo Penco) accompagnata da un organista (Lorenzo Pusterla) e un attore (Jacopo Sorbini), ha messo in scena lo spettacolo ‘Là dove finisce il dolore’. Il padrone di casa, che era poi un prete, lo presenta semplicemente come “un azzardo, ma…lo accogliamo volentieri”.

 La natura azzardata-miracolosa dell’evento è anzitutto dovuta alle condizioni in cui è stato progettato: coreografie preparate e coordinate a distanza, tra Parigi, Madrid e Cracovia, dove vivono e lavorano le tre performers, un solo giorno di prove in presenza e una promozione fatta esclusivamente di passaparola, risultata comunque tanto efficace da riempire l’ampia navata del santuario con un pubblico dai venti ai novant’anni. 

 Oltre alla quasi totale anarchia in cui è stato organizzato, non si può fare a meno di rilevare due peculiarità di questo spettacolo, suggerite con nonchalance e senza farne un tratto identitario. La prima, la scelta di far ballare dei corpi sani e forti, non più scheletrici come li voleva la vecchia tradizione delle più severe compagnie di danza classica. La seconda, la messa al bando, seguendo la lezione di Isadora Duncan, di quei sorrisi fissi, sofferenti, e francamente inquietanti, che dovrebbero comunicare un distacco grazioso dallo sforzo fisico.

 Invece è proprio la non obliterazione della fisicità a rendere la performance interessante. In una cornice indubbiamente eccezionale - e per cui bisogna infatti pagare il pedaggio, ovvero una lettura conclusiva sulla Speranza e la Fede di Charles Péguy - la tensione tra il trascendente e la verità corporea si risolve tutta a favore della seconda. 

 Danzando sulle fumose note di un organo e intervallate da letture ispiratissime del Purgatorio dantesco, le ballerine non risparmiano nulla dell’intensità di passi quasi barocchi, non si irrigidiscono nel recuperare il fiato e non addolciscono il rumore delle mezzepunte che scivolano sugli intarsi marmorei del pavimento. 

 “Lo spettacolo segue la vita di due anime e il loro viaggio oltre la morte accompagnate da una creatura celeste, fino alla porta del Paradiso”, che per bisogni scenografici del tutto terreni coincide con il portone del santuario, aperto, per un calcolo astronomico precisissimo o per una coincidenza fortunata, nel momento in cui il sole calava allineandosi con la navata. 

 Sotto i meravigliosi affreschi dell’Appiani, la coreografia si dispiega in un crescendo di movimenti aspri e con cambi di direzione imprevedibili, per poi sciogliersi in un ritmo rallentato ed etereo, a significare l’esaurimento delle sofferenze e l’ascesa verso la pace paradisiaca.

 Tutti coloro ai quali il motto miesiano “Less is more” ha lasciato un retrogusto di antipatia elitista avrebbero apprezzato lo slancio espressionista di Parlos, l’interpretazione controllatissima eppure estatica di Sarti e l’imponenza aggraziata di Penco. 

 Sicuramente lo ha potuto fare lo spettatore con il piumino blu, il quale in barba alla sacralità dello spazio scenico e pure di quello religioso, ha deciso di sedersi dietro i performer sui gradini dell’altare, ignorando la mia vicina che, mano a cuppetiello, gli faceva segno di levarsi. 

 Ci si augura che di questi esperimenti così ben riusciti, anche nei loro comici imprevisti, se ne vedano molti di più, soprattutto nelle chiese!

 Sponsorizzazione divina a parte, è sempre bene insinuare il dubbio che spazi così maestosi possano essere destinati a ospitare rituali collettivi molto meno indottrinanti (anzi al contrario, molto più catartici!) di quelli abituali. 

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