Beh, 'dove finisce il dolore' se non in una Santa Maria dei Miracoli?!? Appunti su una serata di danza speciale
20.05.2026
Non per essere leninisti fuori tempo massimo, ma anche dopo questo LIFE la domanda è sempre quella storica: che fare?
E prima ancora di cercare il momento virtuoso in cui la condizione di spettatori consapevoli si concretizza alimentando un nuovo spirito critico di cittadinanza, ciascuno sa con quali limiti personali deve fare i conti.
In qualche modo tutti, anche i più impegnati, anche gli indignati più manifesti, un giorno si potrebbero ritrovare a ripetere gli ultimi versi de ‘La confessione di Hellen’: ‘Mi pento, lo confesso con la più grande contrizione,/ di non essere stato tre volte più audace’.
Come noto, addirittura Rosa Luxembourg cita questi versi come suo possibile epitaffio, da affiancare allo ‘zvi zvi’ del richiamo alla cinciallegra che tanto amava, in una delle bellissime lettere scritte durante i lunghi periodi di detenzione, rivolgendosi all’amica Mathilde Jacob il 7 febbraio del 1917, a nemmeno 45 anni, poche stagioni prima di poter uscire e guidare le rivolta spartachista durante la quale venne uccisa.
La poesia originale è di Conrad Ferdinand Meyer, autore svizzero tedesco allora piuttosto conosciuto per un romanzo storico sulle guerre di religione dei primi del XVI secolo (nonché, guarda caso, antesignano di un realismo poetico e venato di ironia), e ci ricorda ancora oggi quanto sia difficile alla fine adottare comportamenti più coerenti alle idee e alle convinzioni che maturano.
Nel caso della comunità di spettatori di LIFE, per essere tre volte più audaci bisogna prima di tutto fare i conti fino in fondo con lo stesso genere di performing arts cosiddetto ‘di realtà’, intorno alle cui varie espressioni ci si ritrova.
BASTA CON IL PROTO-REALISMO
E’ vero, come nota polemicamente il francese Olivier Neveux, che troppo spesso sono venate di ‘un proto-realismo in cui la soggettività militante si confonde con l’obiettività’ e quindi alla fine celano ‘forse un rapporto politico completamente stabilizzato e normalizzato - di sottomissione - con la realtà’. Ma su questo delicato equilibrio artistico vale da solo il monologo della mitragliatrice di Lardi-Rau che trovate a parte.
Ciò che sarebbe importante affrontare ora è un primo snodo tutt’altro che scontato, ché richiede quasi un salto indietro di prospettiva, come suggerito dallo stesso Neveaux, storico del teatro e caporedattore della rivista ‘Theatre/Public’, nel suo pamphlet ’Contro il teatro politico’ pubblicato qualche anno fa in Francia. Nel lungo brano tradotto da Paolo Bellomo per il libro di Kepler-452 ‘A place of safety’ (curato da Lorenzo Donati nella collana Linea di Emilia Romagna Teatro per Luca Sossella editore), l’analisi di Neveux muove proprio dal ruolo attribuito al pubblico.
L’INDIVIDUALISMO RIBALTATO IN VIRTU’
‘Nel corso della sua storia il teatro politico – il teatro che si è posto obiettivi politici – ha seguito il più delle volte la misura della moltitudine, per quanto contenuta potesse essere quest’ultima. In alcuni casi ha concepito il proprio compito in base a un pubblico considerato come la metafora o la riduzione in scala ridotta di una società, di una classe, di un’avanguardia o di una comunità (futura o esistente). I popoli, le masse, le persone, il pubblico sono il target della sua efficacia. (…)
Ma non sarebbe meglio, andando contro tale ‘misura della moltitudine’, provare a sottrarsi temporaneamente a queste concezioni generiche e numeriche? Non andrebbe considerato invece che la misura politica dell’opera potrebbe essere quella dell’individuo? (…) Secondo la vulgata, ‘l’individualismo’ è la fonte dei mali del nostro tempo. Talvolta viene considerato addirittura come ciò che contraddistingue il capitalismo. Si tratta di una farsa se si pensa che è in corso una vasta operazione per rendere intercambiabili gli esseri, i loro desideri, bisogni ed esistenze. (…) L’individuo a teatro ovviamente non è né astratto né isolato ma si trova a far parte di una configurazione sociale singolare – l’assemblea teatrale –, in un dato momento storico (si veda l’importante summa di Lev Vygotskij: ‘L’arte è quanto di sociale vi è in noi: e se la sua azione si svolge in un individuo singolo, ciò non vuol dire che individuali ne siano le radici e l’essenza. È assai ingenuo dare al termine ‘sociale’ il senso di ‘collettivo’, quello cioè della presenza di una moltitudine di persone. La socialità è anche là dove c’è un uomo solo, con le sue personali vicissitudini interiori’)’.
Conseguenza diretta di questo cambio di prospettiva, che tendenzialmente gli autori vedono come il fumo negli occhi, sarebbe una ridefinizione editoriale di queste espressioni artistiche ‘di realtà’, un salto di qualità del linguaggio che per esempio i cinefili ammiratori di Jean-Luc Godard riconducono alla sua celebre frase sulla missione critica dello svolgimento stesso di un’opera: ‘Ne pas faire de films politiques mais faire des films politiquement’.
SEGUI LA LOGICA DI SCOSTAMENTO
Ma più che a un dualismo potenziale tra il teatro politico e il fare politicamente teatro, Neveaux invita a considerare la ridefinizione del rapporto con gli spettatori: ‘Lavorare sulla scala dell’individuo significa concepire che il teatro non può cambiare il mondo, che al massimo può cambiare un mondo - e questo non è né triste né insignificante. Cambiare un mondo vuol dire, tra le altre cose, non riconoscere più questo mondo qui ed essere eventualmente turbato nel non riconoscerlo più. Questo mondo cambiato è, potenzialmente, quello di ognuno, al di là che quella specifica sera fossero presenti in molti, ed è per questo che il teatro può essere un’esperienza egualitaria’.
E’ un processo che avviene attraverso ‘la capacità di sconvolgere’ ciascuna persona, di toccarne le corde profonde lasciando: ‘L’esperienza è egualitaria perché si rivolge a ciò che in ognuno risulta potenzialmente assetato (più o meno confusamente) di altro, pronto a desiderare l’eccezione della propria vita alla regola interiorizzata della fatalità. (…) Certo, le vite che si ridisegnano in tal modo non sono molte, questi choc sono ipotetici, mai sistematici. Il più delle volte l’opera non è questa rivoluzione, è un momento tra tanti - ma può contribuire, eccome, a quella che è stata definita la ‘logica dello scostamento’, in cui ognuno si afferma nel suo essere singolare’, conclude lucidamente Neveaux.
D’accordo, bisognerebbe aggiungere - senza strafarla lunga - che in questo caso l’autore di ‘Contro il teatro di realtà’ si appoggia all’analisi sul valore delle esperienze culturali per elaborare una sorta di presa di distanza dal proprio mondo sociale di appartenenza, che invero è di Chantal Jaquet, in un saggio piuttosto noto per aver portato alla ribalta il neologismo di ‘transclasse’: la quale intuizione, poi, a propria volta rimanda ad analisi di altri esimi epistemologi e sociologi anti-utilatiristi, Serge Latouche in primis, il cui recente pamphlet sulla crisi dell’arte (‘Il disastro urbano…’ ed. elèuthera 2025) potrebbe essere un’ottima lettura per il dopo LIFE e ancora…per ritrovarsi meglio in quell’immagine di uno ‘spettr-atore che s’aggira per l’Europa da cui siamo partiti. Grazie e alla prossima.