Chissà se 'Morte accidentale di un anarchico' farà uscire finalmente Lodo Guenzi da quel 'vicolo Cechov'

Lodovico 'Lodo' Guenzi

 Non è certo un’incursione fuori contesto, cominciare dalla grande scena politica per esaminare la riproposta di ‘Morte accidentale di un anarchico’. Perché è di politica che alla fine stiamo sempre parlando, a maggior ragione quando si tratta di un classico di Dario Fo e di un titolo chiave del ‘teatro politico’ esploso dalla fine degli anni Sessanta. 

 La prima questione riguarda proprio il senso, culturale prima ancora che politico, che può avere oggi - s’intende in particolare nel mondo dominato dai Trump, Putin, Satanhyau e autocrati o post-fascisti vari - il revival di un pezzo tra i più famosi e rappresentati, che ruota intorno a un Matto istrione che disvela gli inganni del potere. 

 Dunque, nel mondo davvero al rovescio di oggi, dove il Potere s’incarna in figure di dubbio equilibrio e di totale caratterizzazione rappresentativa attraverso i social-media e la propaganda più sfacciata, sembra quasi impossibile riportare d’attualità un lavoro come quello ‘accidentale’ del primo periodo di Fo nel contesto ‘rivoluzionario’ de La Comune appena fondata a Milano (nel 1969 il non-teatro di Fo registra subito trentamila 'compagni' soci e diventa punto di riferimento dell'universo delle sinistra cosiddette extraparlamentari).

Lo spettacolo fu allestito a caldo mentre in Italia s’intravedeva avanzarsi per reazione la cosiddetta ‘strategia della tensione’, con la bomba in piazza Fontana a Milano e dopo che l’anarchico Pinelli venne ‘suicidato’ nell’ambito delle prime indagini sulla strage: tema appunto di una sorta di spettacolare contro-inchiesta sul campo, nelle stesse stanze della Questura di Milano teatro del caso, improvvisata lì per lì dal ‘folle’ protagonista.

 In fondo, oggi c’è ben poco da svelare sulle miserie e gli inganni dei rappresentanti della polizia e/o del potere: sono sotto gli occhi di tutti, ogni giorno e nel mondo intero ormai, l’arroganza e la sfrontatezza degli autocrati e dei malcapitati che devono fare loro da sgherri. Se poi parliamo di Matto, beh, nel mondo occidentale oggi quasi tutti rivolgono lo sguardo verso l'Imprevedibile uomo più potente.

E, allora, perché riproporre ‘Morte accidentale di un anarchico’ come hanno fatto il regista Antonio Latella per primo al Teatro Bellini, e poi Lodo Guenzi con uno spettacolo che è appena ripartito in tournée da Milano?

 La risposta più semplice riguarda tout court la storia del teatro contemporaneo: se si misura sulla scala artistica mondiale, Dario Fo è stato in pratica l’unico teatrante italiano a salire sullo stesso primo gradino di notorietà e di riconoscimenti dove svettava giusto Eduardo De Filippo.

L'affermazione fu fatta per primo, ormai settanta e rotti anni fa, quindi senza nemmeno poter immaginare del Nobel per la Letteratura del 1997, da una personalità di caratura davvero internazionale come Paolo Grassi - che evidentemente aveva un notevole senso della misura, anche rispetto al ‘suo’ Giorgio Strehler, ma non poteva prevedere, per esempio, lo sviluppo del Terzo Teatro di Eugenio Barba dopo la ‘rivoluzione degli anni Settanta’.

 Eppure non c’è niente da fare: i nostalgici veri del Fo rivoluzionario non accettano nemmeno che si possa prendere in esame l’idea di riproporre questa ‘Morte accidentale di un anarchico’. Lo ho spiegato bene il Grande Vecchio della critica teatrale culturale Enrico Fiore, con una narrazione davvero interessante anche per inquadrare il contesto di questo lavoro di Fo, vissuto nell’unicum della rappresentazione militante del 10 dicembre 1970.

 E, seppure a mezze parole, qualche perplessità ‘politica’ s’è sentita circolare anche all’uscita dell' applauditissimo debutto milanese di Lodo Guenzi, nella grande sala del Teatro Carcano, bella piena nonostante il Grasso martedì 17 febbraio del Carnevale ambrosiano, con un platea davvero mista anche dal punto di vista generazionale. 

 Volendo si potevano individuare nelle prime file di platea persino i vecchi sessantottini con il volto alla fine perplesso e qua e là pure un pugno di settantasettini che si sono alzati con timide sformie di consenso critico.

D’accordo, avranno pure ragione: i tempi sono cambiati eccome, e non stiamo parlando di Dario Fo agli albori del mito, ma casomai di un giovane neanche più così giovane, che in fondo fatica persino a imporre la propria identità di attore e vuole lo stesso misurarsi con un testo datato e di peso.

 Così, il solito ‘intelligentone’ che fortunatamente capita spesso d’incontrare tra i dramaholici, dopo aver ammesso che lo spettacolo non era ‘niente male’, aggiungeva la confessione a mezza voce: ‘forse avevo un po’ sottovalutato Lodo Guenzi, non mi aspettavo che fosse così bravo’.

Sic, 'Una vita in vacanza/ Una vecchia che balla/ Niente Nuovo che avanza...' e via canticchiando: senza nemmeno ricorrere all'IA, rieccoci alla 'reference image' di Guenzi brillante frontman de Lo Stato Sociale in quel maledetto Sanremo del 2018, ché pure paradossalmente gli giova la notorietà buona ancor oggi per riempire la sala.

 Quei due gran marpioni di rivoluzionari in servizio permanente effettivo a teatro che sono Enrico Baraldi e Nicola Borghesi di Kepler-452, hanno raccontato un aneddoto preciso, a proposito di questo paradossale rapporto con il pubblico, in un recente incontro a cuore aperto e a porte chiuse con gli studenti della Civica scuola di teatro milanese intitolata a Grassi.

Loro sì che appunto praticano quel teatro politico, non nella chiave da commedia dell’arte alla Fo, ma nella nuova versione ‘di realtà’, e lo fanno così bene da essere saliti più volte alla ribalta internazionale, invitati ai Festival del Mediterraneo del Théâtre des 13 vents di Montpellier, al GIFT di Tiblisi, al prossimo FIND di Berlino e pure selezionati dal programma di scambi teatrali Prospero New European Wave, per dire soltanto di questi ultimi pochi mesi. 

 Ebbene anche i nostri amati kepleriani ammettono di essersi trovati all’inizio di fronte a una barriera particolarmente insormontabile, e perciò frustrante, soprattutto per quanto riguardava le generazioni giovani, dei loro coetanei, perlopiù davvero estranei alla frequentazione di sale teatrali. E si sono inventati un festival ‘di strada’ per provare a smuovere un po’ queste acque stagnanti.

 Ma il problema del pubblico e in particolare degli under 30 si è ripresentato comunque tale quale quando poi si sono ritrovati ad allestire il primo lavoro tutto loro, di una compagnia neonata che prendeva il nome da un esopianeta, che a sua volta si chiamava come il telescopio da cui la nuova stella è stata individuata, Kepler appunto (in onore del celebre astronomo, matematico e filosofo del 1500 Giovanni Keplero). 

 Hai voglia a sentirsi extraterrestri e pure con un'altissima capacità di visione, dopo aver rinunciato peraltro al primo strepitoso logo che avevano scelto, ‘Vicolo Cechov’, poi scartato ‘perché alla fine ci avrebbe stufato’.

Hai voglia a far leva pure sul celeberrimo ‘Giardino dei ciliegi’ aggiustato con il sottotitolo ‘Trent’anni di felicità in comodato d’uso’ per raccontare la storia di una coppia di anziani sfrattati dalla storica casa popolare per far spazio alla ‘gentrificazione’ di FICO a Bologna. 

 A un certo punto, alla vigilia del debutto del lavoro all'Arena del Sole di ERT che nel frattempo aveva ingaggiato la compagnia, Borghesi ha coinvolto un ottimo amico e compagno di scuola teatrale Nico Pepe, ovvero proprio quel Lodovico Guenzi che non solo aveva lasciato il ‘vico’ dopo Lodo pressoché all’anagrafe, ma era anche appena diventato un personaggio grazie all'apparizione sanremese.

Detto fatto, i Kepler-452 hanno aggiunto una parte su misura per fare entrare nel loro Giardino il bel Lodo, ché poi recitava benissimo, e il nome in cartellone è bastato a richiamare un po’ il pubblico, anche dei più difficili giovani a-teatrali.

 Di questo piccolo e notevole giro di talenti bolognesi della stessa generazione, diciamo che ai due estremi si possono collocare da una parte 'il trozkista' Borghesi e dall’altra 'il folletto' Marco D’Agostin, baciato dal successo europeo del suo singolare e indefinibile teatro-danza, leggero e insieme profondo, tanto culturale quanto divertente. 

 Senza offesa per nessuno, Lodo Guenzi sta come in mezzo tra uno e l’altro. Con tanto di una caratura istrionico-comica indiscutibile, basta vedere come ci sganascia a seguirlo nel crescendo di personaggi interpretati in scena dal Matto, con il clou del Vescovo nel pre-finale (a cui segue, in questa versione, il secondo finale di Fo, quello morale, sul tema dello scandalo e del ‘rutto liberatorio’).

  Se uno non sapesse proprio niente di Lodo Guenzi, sarebbe ben felice di scoprirne il talento e la misura, ammirandolo in scena o persino solo nel giro di applausi, mentre interrompe il pubblico per far ringraziare anche il regista esperto che ha curato l’operazione revival, Giorgio Gallione.

Alla fine vuole salutare tutti ringraziando per l’opportunità di ritrovarsi proprio a Milano, dove sia lui sia i compagni di scena (Alessandro Federico, Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi, Marco Ripoldi e Roberto Rustioni) hanno vissuto già tanti bei momenti professionali. Nessun cenno retorico alla vicinanza con casa Fo, nessuno alla Comune che fu, nessunissimo poi a Lo Stato Sociale. 

 Viene quasi da aggiungere che, al prossimo upgrade, se ci fossero dei Grassi e degli Strehler in giro, Lodo Guenzi sarebbe perfetto per un allestimento finalmente davvero contemporaneo di qualche capolavoro di Bertolt Brecht: ma forse il suo problema non saranno le richieste, bensì la cernita. Seppur remota, resta la speranza anche di poter magari rivedere la sua interazione in scena con Kepler-452, in quel Giardino o in qualche altro…’vicolo Cechov’!

Si è già detto del giro di boa che deve affrontare Borghesi (con Baraldi e soci, ovviamente), ovvero come andare oltre ‘A place of safety’, senza magari farsi incastrate da standard produttivi altrettanto impegnativi; si sa che la sfida di D’Agostin è conservare intatte quelle naïveté e magia che ne hanno fatto un narratore unico e fuori dai generi.

E così forse al talento di Lodo Guenzi, forgiato da una prova talmente impegnativa come questa versione light e nient’affatto presuntuosa di ‘Morte accidentale di un anarchico’, non resta che augurare una prossima occasione fortunata per uscire dalla gabbia del teatro comico di qualità, versione ottimista e di sinistra di quel teatro borghese già così affollato di navigati personaggi pigliatutto. 

Il cast del nuovo 'Morte accidentale di un anarchico' (foto di Laila Pozzo)

Iscriviti
alla newsletter

Ultimi Articoli

Iscriviti
alla newsletter

-->