Un po' più di realtà, per favore. E' ormai metà gennaio, il mondo è in fiamme e al teatro restano solo i sentimenti?!
12.01.2026
Si è conclusa, nel tardo pomeriggio di domenica 21 dicembre, anche la fortunata sosta nel porto di Milano della nave kepleriana di ‘A place of safety’, con il frontman Nicola Borghesi che ha improvvisato un brindisi, davanti al Teatro Studio Melato, per i compagni di ‘SAR’ (Search And Rescue) in palcoscenico e per un pugno di amici che hanno resistito quasi un’ora ad aspettarlo.
Tra una chiacchiera e un augurio, interrotti dal via vai di altri conoscenti, teatranti che uscivano dalle sale prove del vicino Grande Strehler e amici degli amici, s’è fatto buio fitto mentre finiva anche la magnum di spumante ‘rotaliano’ Cuvèe 28 portata a sorpresa da un vecchio fan.
Del resto, meritava una piccola festa l’ultima rappresentazione del fortunato 2025 della compagnia bolognese.
La nuova importante produzione sul dramma dei migranti nel Mediterraneo e sul tema dei soccorsi delle ONG, organizzata sotto l’egida di ERT-Emilia Romagna Teatro, ha portato il palmares di Kepler-452 ad arricchirsi addirittura con tre premi di quelli che più ufficiali di così è difficile immaginare, dai salotti pseudo-borghesi dove questo teatro di realtà fatto con la realtà, programmaticamente impegnato, se non quasi militante, è visto proprio sul limite.
Dato che purtroppo, spesso e volentieri, il successo di questo genere - cioè il riconoscimento del gotha del potere teatrale ovvero in qualche modo anche politico - è una maledizione, ci si poteva aspettare anche una sorta di trasformazione antropologica, un cambio di personalità, perlomeno dal frontman Nicola, che alla fine è la persona più esposta del gruppo.
Tra l’altro, il regista e co-autore Enrico Baraldi è forse immunizzato non solo dal ruolo dietro le quinte, ma proprio già di suo dalla scelta di non avere i piedi tanto per terra: appassionato alpinista, di un certo livello oltretutto, ha approfittato persino della tournée per sfruttare le opportunità di scalata delle montagne del Nord-Est.
Quanto è cambiato dunque Nicola Borghesi? Aldilà dell’insondabile sistema nervoso, ché sarà di certo tanto coinvolgente e abbastanza sconvolgente mietere decine di minuti di applausi e ovazioni una sera dopo l’altra, eccolo ancora lì come sempre disponibile e cordiale con tutti.
Pronto ad accettare la sfida dell’incontro con gli altri, contento di poter discutere con i più giovani e gli studenti che hanno riempito in gran numero il Melato a Milano. Succedeva lo stesso con i vecchi lavoratori dopo le rappresentazioni de ‘Il Capitale’, primo largo successo kepleriano, e magari qualcuno degli ex operai di una fabbrica s'alzava per tacciarlo di trozkismo.
L’ultimo giorno dei sei impegnativi appuntamenti milanesi, per esempio, finito il giro d’applausi sorridente e a pugno chiuso, Borghesi si è presentato nel foyer dove lo attendeva per un confronto il variegato gruppo di stranieri di ogni età e Paese che studiano italiano nel corso di base, livello intermedio, che la comunità di Sant’Egidio offre a Milano la domenica pomeriggio presso il CAM, proprio all’angolo di largo Strehler.
Sul taccuino del cronista resta giusto un dialogo con una signora dai lineamenti orientali che parlava della sua esperienza di espatriata per mare, nascosta fortunatamente in un traghetto di linea, e non stipata in una vecchia carretta precaria, niente più, perché poi è stato opportuno ritrarsi pudicamente e uscire, quando cominciavano le domande di un ragazzo africano.
Altra piccola nota a margine: non era mai capitato negli ultimi anni di vedere le maschere, che la domenica pomeriggio sono spesso giovani precari in cerca di guadagnarsi quattro soldi attraverso una delle solite pseudo-cooperative di servizi, schierarsi a fine spettacolo compatti davanti al corridoio di uscita, in mezzo alla platea, per applaudire entusiaste la rappresentazione.
Ultimo dettaglio indiscreto carpito dopo il brindisi post-spettacolo: Borghesi nella decina di giorni a Milano non si è rifugiato nella bambagia di chissà quale albergo di pseudo-lusso per attori, non si è fatto affittare un bell’appartamento tutto per sé, ma ha semplicemente condiviso un piccolo alloggio con il vecchio marinaio esperto del gruppo, Flavio Catalano di Life Support di Emergency.
(Piccola parentesi per dichiarare il conflitto d’interessi: alla deliziosa signora Maryam, la compagna che attende nel porto di La Spezia gli sbarchi di Catalano, italiana d’ascendenza in parte iraniana, il sottoscritto deve il fortuito salvataggio all’ultimo minuto da una traballante quarta o quinta riga in lista d’attesa. Aveva preso tre biglietti per gli amici, ma uno da Torino non si era potuto presentare e così mi sono ritrovato al suo fianco in platea, in un ottimo posto 16, fila 4: di nuovo, grazie!).
Bisogna peraltro dire che di rappresentazione in rappresentazione, rispetto alla prima indimenticabile e alquanto emozionante di fine febbraio all’Arena del Sole di Bologna, i protagonisti dello spettacolo hanno decisamente maturato confidenza con il palcoscenico, il che fortunatamente si traduce in un netto miglioramento della naturalezza del racconto.
E anche nelle rappresentazioni in cui questo o quello s’assentano (nelle date di Roma erano quasi tutti sulla Global Sumud Flottilla, in questa ultima milanese non c’era, per esempio, Miguel Duarte, il capo missione di Sea-Watch), la sostituzione con un attore viene apertamente dichiarata così da apparire anch’essa funzionale e coerente.
Nel 2026 la complessa macchina di ‘A place of safety’ si rimetterà in moto da Bari, il 20 febbraio, per risalire l’Italia, toccare di nuovo l’Arena del Sole dove tutto è cominciato e sbarcare persino a Berlino, dove i Kepler-452 sono gli unici italiani attesi di nuovo nel prestigioso festival Find allo Schaubühne, che si terrà dal 16 al 26 aprile.
Tutto sommato questo esito poteva essere anche prevedibile, dato il ruolo chiave dell’ONG tedesca Sea-Watch nella costruzione di questo ‘Viaggio nel Mediterraneo centrale’ (come ci si sarebbe aspettati un invito anche a Wiener Festwochen, ma chissà se arriverà per il 2026).
Eppure fa sempre una certa impressione vedere i nomi dei nostri giovani Enrico Baraldi e Nicola Borghesi accanto a veri e propri guru del teatro contemporaneo, invitati ad animare questa prossima edizione di Find, personalità magari già con un’importante carriera alle spalle ma ancora capaci, come l’invitata speciale Katie Mitchell, di affrontare nuove sfide per percorrere le strada del rinnovamento.
Ecco, direbbero i latini: hic rhodus, hic salta. Molto bene che i nostri amatissimi kepleriani non si siano ancora montati la testa, per il tutto sommato facile risultato già ottenuto.
Benissimo che ancora ripropongano lo spettacolo più piccolo e particolare del loro repertorio, lo splendido ‘Album’ - nonostante sia così faticoso e pressoché a malapena in pareggio - ché è il giro di boa grazie a cui si sono confermati gli stessi irregolari delle origini, subito dopo il primo upgrade produttivo con ‘Il Capitale’.
Ora, però, a Kepler-452 devono cominciare a pensare di essere arrivati ormai a pochi passi dall’inizio della parte più difficile, di cui per esempio Baraldi dovrebbe pur conoscere bene le notevoli insidie, anche solo mutuando l’esperienza dalle imprese alpinistiche: la discesa, che dalla nave di ‘A place of safety’ potrebbe essere ardua e pericolosa come dalla cima di un Ottomila.
Berlino è in fondo il luogo ideale per cominciare questa riflessione sul ‘dopo kolossal’ e ‘dopo successone’, e sulla sfida sempre aperta sopratutto sotto il profilo del linguaggio, che nel teatro italiano avrebbe tanto bisogno di novità e sperimentazione, e perciò diventa una sorta di condanna ai lavori forzati per chi ha mostrato talento autentico come finora i kepleriani.
E’ pur sempre la città europea, Berlino, dove è maturata anche l’esperienza del collettivo modello dei bolognesi, Rimini Protokoll. Limitandosi giusto a un accenno, è singolare che Stefan Kaegi e compagni, al culmine del successo, abbiano scelto di ripartire da un allestimento davvero insolito per il teatro, l’indimenticabile ‘Nachlass’ del 2016/17.
Anche se non era addirittura senza parole, come l’ultimo ‘Cow|Deer’ al Royal Court della Mitchell, ‘Nachlass’ non contemplava né una scena né attori che la animassero, ma si svolgeva attraverso racconti paralleli fruibili a turno dagli spettatori dentro vere e proprie scatole di vita allestite dallo scenografo Dominic Huber al Théâtre de Vidy di Losanna.
E non comincino ad alzare sopracciglia, Baraldi e Borghesi, ché il loro ‘Nachlass’ l’hanno già fatto con ‘Album’, uno spettacolo che in effetti ha un’affinità evidente di temi, sul filo dei ricordi che lasciamo dopo la morte, con il capolavoro di metà anni Dieci dei Rimini Protokoll. Vero, tutto vero.
Finora il percorso di Kepler-452 è stato davvero coerente e in qualche modo consequenziale, fino a costruire un affresco sociale che è anche un notevole contributo di riflessione per tutti.
Volendo si può trovare persino un filo rosso che lega l’arco di temi trattati nei vari racconti di realtà, dal problema della casa e delle gentrificazioni (‘Il Giardino dei ciliegi’, 2018) alla perdita di dignità del lavoro e alle diseguaglianze (‘Il Capitale’, 2022), dai fenomeni d’odio e d’intolleranza sociali (‘Gli altri’ 2021) alla perdita di memoria e dei valori umani profondi (‘Album’, 2023), fino alla cruda fotografia dell’inciviltà europea così come si manifesta nel respingimento dei migranti (tema del 2025, già sfiorato fin dall’inizio, con ‘F. Perdere le cose’, 2019).
Sarebbero poi da prendere in esame le deviazioni quasi meta-teatrali, dallo spettacolo di Borghesi con Enzo Vetrano e Stefano Randisi all’allestimento cechoviano di Baraldi con le attrici ucraine scappate dalla guerra, o i divertissment politici come ‘Uno spettacolo italiano’ con Niccolò Fettarappa.
In ogni caso il cuore del discorso documentario kepleriano, a ben vedere, ruota poi tutto intorno alla rifondazione dell’idea di solidarietà, nel senso proprio del termine di origine francese.
Pur d’etimologia remota latina (solidus) legato ai problemi del credito, 'solidarité' ha assunto guarda caso una valenza squisitamente politica dal 1789, trasformandosi da ‘vincolo fra debitori’ a ‘sentimento di fratellanza’, come si legge nel V tomo Zanichelli degli etimologisti Cortellazzo-Zolli.
E proprio perché oggi ‘solidarietà’ è diventata una parola desueta per troppi, persino a sinistra, ci voleva uno sguardo quasi extraterrestre per riportare sopra le assi del palcoscenico questa che poi sarebbe la pratica dell’ideale di ‘fraternitè’.
E' un po' anche tutto quello che ci resta, dopo che si è consumata in silenzio l’abiura totale al valore rivoluzionario dell’eguaglianza e si comincia ad assistere persino alla messa in discussione del primo diritto fondamentale alla libertà, così come l’abbiamo conosciuta nelle democrazie mature.
Perciò, solo se riescono a restare kepleriani a oltranza, ovvero saldamente ancorati lassù nel pianeta più lontano eppure così simile al nostro, nella costellazione del Cigno che dista a 1800 anni luce anche dai terreni acquitrini delle nostre istituzioni teatrali, troveranno ancora strade giuste per farci emozionare e riflettere di nuovo.