La necessità e il dovere di prendere la parola: una sana lezione dalla Francia per il 25 aprile dei lavoratori dello spettacolo
19.04.2026
Con il consueto spirito di sovversione delle regole della critica, conviene davvero cominciare dalla cronaca minuta per inquadrare nella giusta luce l’installazione dal titolo ‘Homage Au Pair’ che la compagnia norvegese De Utvalgte è stata chiamata ad allestire il 17 e il 18 marzo, a Triennale Teatro Milano per il festival FOG.
Mercoledì 18 sera c’era ressa intorno e dentro il palazzo di viale Alemagna, e non solo a causa del tutto esaurito nella Sala dell’Arte per il nuovo ‘Historia del amor’ di Agrupación Señor Serrano.
Pareva di vivere un'anticipazione dell’imminente assalto per il week-end con l’idolo di casa, Marcos Morau, talmente ormai associato a Triennale Teatro da lasciarsi programmare il nuovo spettacolo con La Veronal per i giorni 21-22 marzo, in cui il calendario delle stagioni sembra sposarsi perfettamente con il titolo ‘La mort i la primavera’.
E poi nessuno si adonti più se chiamiamo Diavolacci il direttore Umberto Angelini!
Tra l’altro - prima ancora di entrare nel merito del colpo btb di questo ‘Homage Au Pair’ - va detto ancora sul Morau di primavera che ‘la morte’, certo meno nera di quella visionaria del riverito creatore coreografo catalano, potrebbe cominciare ad arrivare la sera dopo, il 23.
L’inevitabile rafforzamento del governo con l’eventuale vittoria al referendum darebbe un certo abbrivio alle varie operazioni di potere in atto, compresa la battaglia per la conquista dell’istituzione per l’Architettura da parte del ministro Giuli, che ahinoi avrebbe ricadute pure sul teatro e sull'amato FOG.
Tornando all’incursione da Oslo de ‘I Prescelti’ - traduzione di De Utvalgte dal norvegese- si può riassumere in poche parole: raccontando quel che succede alle ‘ragazze alla pari’ nelle case delle famiglie dei quartieri alti, l’installazione tracciava un quadro feroce del lato oscuro della borghesia di oggi.
Il tutto con un originale linguaggio che si potrebbe definire di ‘post-teatro-realtà' militante, sul genere che ha reso un regista cinematografico di culto, per esempio, lo svedese Ruben Östlund.
Di fatto la critica sociale di ‘Homage au Pair’ prende come riferimento un certo preciso modello di alta borghesia che abita nei recinti dorati delle nostre città, quella del film ‘The Square’ per intenderci, che fa lavori creativi e vive nell’illusione di coltivare una vocazione artistica.
Non a caso sono una performer e una coppia di musicisti, con la loro ragazza alla pari asiatica, i protagonisti del film che viene fruito in spezzoni da dieci minuti diversi e in modi compositi (dal 3d in realtà virtuale alla televisione e alla proiezione in proporzioni naturali sul muro).
Al dunque milanese, I Prescelti vichinghi hanno allestito i loro apparati di proiezione e fruizione nello spazio denominato Impluvium del palazzo della Triennale, a cui s'accede dal piccolo corridoio tra gli ascensori del primo piano.
Il piano nobile, per il resto, era preso d’assalto da frotte di rappresentanti di quella post-borghesia che si trastulla con gli ‘eveeenti’ anche pseudo-artistici e impazzerà per esempio trionfante tra la decina di district e il Fuorisalone della Design Week.
Corre l’obbligo di citare il motivo di tanta ressa il 18 marzo in Triennale, e di tanti camerieri con vassoi di spritz e champagne e tartine varie: l’inaugurazione ufficiale della mostra ‘Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present’ varata con Fondation Cartier pour l’art contemporain.
Un bel canonico prodotto industrial-culturale di portata internazionale, con la rilettura dell’opera di Branzi affidata al premiato architetto contemporaneista giapponese Toyo Ito, grazie al luccicante denaro di uno dei marchi più noti del trust del lusso, con base in Svizzera, Richemont, che si contende con quei due-tre concorrenti mondiali anche il predominio sul mercato dell'arte.
In occasione della festa Cartier, addirittura, Triennale ha trasformato in guardaroba custodito l’intera Galleria a piano terra, fino all’altro giorno luogo deputato anche per le perfomance di questo FOG, da ‘Credere nelle maschere’ di Romeo Castellucci in giù.
E la ventina di spettatori per volta che veniva fatta accedere nei tre slot orari alla sala du ‘Homage Au Pair’, attendeva diligentemente d’entrare nell’Impluvium chiusa in un recinto provvisorio bene allestito con i nastri neri di un pugno di quei paletti con barre retrattili che segnano le file.
Non che fosse così diverso, questo selezionato pubblico teatrale e quella folla post-borghese da cui era separato: certo, dalla parte dell’atrio dell’Impluvium c’era gente giusto con un’aria più hypster e meno patinata...
Tutti molto educati così che la giovane maschera di Triennale con T-Shirt ‘Ask Me’ non doveva nemmeno ribadire che era vietato scavalcare e andare alla festa. Con eleganza e in un lampo, s’è infiltrato tra i Cartier-ofili a caccia di tartine soltanto un prescelto vichingo, in jeans e polo viola sbiadita, ma nessuno degli elegantoni di là ci ha fatto caso.
Ora può anche sorprendere questo sano accostamento a contrasto, tra l’avanguardia post-teatrale alla Östlund e il suo stesso oggetto di critica sociale, nell’hyperpolis del capitalismo maturo e turbo-liberista che è oggi la Milano Premium, dopo il decennio a crescita continua del sindaco Sala.
Ma non è la prima volta che accade, e non solo a teatro per merito di FOG: l’anno scorso, per esempio, la gallerista Lia Rumma organizzò proprio in occasione del Salone del Mobile l’installazione ‘Paradiso’ di Gian Maria Tosatti, in un ex magazzino sotto la Stazione Centrale, un lavoro bello tosto di quelli che uno Zavattini di oggi avrebbe potuto intitolare ‘I clochard sono Angeli’.
Aldilà della coincidenza con l’ennesima festa celebrativa delle archistar e del lusso, ciò che ha reso particolarmente singolare l’operazione De Utvalgte, seminascosta nella nebbia del logo FOG, in mezzo a tanti nomi e spettacoli di maggior richiamo, sono stati proprio l’esclusività di un linguaggio post-teatrale ancora non noto ai più e la particolarità di contenuto.
Il direttore Diavolacci è riuscito ormai a raccogliere un pubblico con precisa identità, socio-culturalmente alta e tendenzialmente giovane rispetto alla platee teatrali più blasonate. E invece di limitarsi ad assecondarne passivamente i vezzi e le predilezioni, speculando su quel certo spirito gregario che muove ogni comunità umana, inserisce sempre qualche proposta nuova accanto alle solite più d’effetto, peraltro scelte comunque con un certo snobismo.
Questa edizione è nata sotto il segno della sedia elettrica warholiana riproposta da Castellucci al pubblico in maschera, per una sorta di auto-esecuzione catartica, e forse questo ha segnato un po’ anche la cifra editoriale del programma di FOG.
Ci sono stati salti e aggiustamenti persino bruschi, dalla rarefazione senza parole di un onirico Mario Banushi al dramma vero e atroce messo in scena dal libanese Ali Chahrour, dallo shock queer di Alberto Cortés a questo quasi grottesco da Nuova Oggettività multimediale dei Pionieri vichingi, dall'asciuttezza programmatica di Alessandro Sciarroni e dell'ora blu di Benjamin Khan all’estetismo neo-barocco di Morau.
In sostanza, invece di limitarsi a fare come l’operatore di borsa che Keynes considerava il mestiere di chi riesce a indovinare ciò che l’opinione media pensa che l'opinione media penserà, con FOG - come ripetiamo da tempo - Angelini cerca pure di educare questo benedetto portafoglio clienti da Triennale holding, combattendo sul ring delle idee e delle novità.
In questo caso si è pure come abbassato sulle ginocchia per caricare un montante da Oslo che ha avuto l’effetto di un vero e proprio colpo ‘below the belt’, il btb di cui all’inizio, così egregiamente sferrato, sotto la cintura anche di tanti spettatori appassionati. Compresi quei giovani post-borghesi delle belle professioni nel terziario che i markenting-manager dell’industria culturale sognano di poter fidelizzare.
Dalla prossima edizione, Giuli e/o Shammah permettendo, qualcuno invoca che sia almeno introdotto un nuovo ‘warning alert btb’, per chi non è abituato a scansarsi al volo o dimentica sempre nella borsa da palestra ‘la conchiglia’ protettiva...
Scherzi a parte, speriamo che adesso arrivino altri inviti dall’Italia per De Utvalgte, una compagnia che oltretutto vanta un catalogo di produzioni adatte a tutti gli spazi per l’arte.
L’ultimo spettacolo allestito, ‘The Fire’, è ispirato a un romanzo sofisticato e misterioso di Tarjei Vesaas, ‘Brannen’ (già riadattato per il cinema ma non ancora tradotto in italiano da Iperborea, che pure ha pubblicato ben tre titoli di Vesaas), e ha segnato la prima collaborazione della compagnia con il Teatro nazionale norvegese.
La storia comincia in un dormitorio pubblico dove un vagabondo si rifugia a sognare. ‘Il fuoco che bruciava’, come recitano alcuni versi dello stesso Vesaas, è ‘il suo desiderio insaziato’. I vagabondi vagano per un sogno cercando quel fuoco e quella fiamma che continua ad ardere anche se non si vede: ‘ed è il sogno che è la ricompensa del vagabondo’.
Alla fine, nonostante questa materia tanto poetica in mano, De Utvalgte hanno voluto tradurre ’Branner’ con una formula spettacolare a 360 gradi e tanto musicale, che si direbbe un po’ analoga a quella dei lavori di Łukasz Twarkowski, ovviamente dopo aver stravolto gli spazi teatrali tradizionali. Lo vedremo mai?
DAL PROGRAMMA DI SALA DI FOG
Intervista con la regista Kari Holtan
D.: Puoi raccontarci qualcosa sulla genesi di questo progetto?
Kari Holtan: Il progetto è iniziato in modo piuttosto curioso. Per molto tempo ho notato diverse giovani donne asiatiche che portavano a spasso un cane enorme e piuttosto indisciplinato nel quartiere vicino al nostro luogo di lavoro. Sembrava che il cane avesse il completo controllo della situazione. Quando finalmente ho avuto modo di conversare con una delle donne, mi ha raccontato che lavorava come au pair per una famiglia nelle vicinanze e che portare a spasso il cane faceva parte dei suoi compiti. Con un sorriso un po’ teso mi ha confidato che in realtà non le piacevano i cani e che questo, così grande e forte, le faceva un po’ paura.
Quell’episodio mi è rimasto impresso. Mi sono incuriosita su come funzionasse effettivamente il sistema delle ragazze alla pari e su come ci si potesse sentire passando da una realtà culturale ed economica completamente diversa a case confortevoli e ben arredate di famiglie norvegesi privilegiate.
Quando ho proposto ai miei colleghi l’idea di creare uno spettacolo sulle au pair in Norvegia, abbiamo iniziato a documentarci sull’argomento. Sebbene il contratto sia ufficialmente inquadrato come uno scambio culturale – e senza dubbio spesso nasca con le migliori intenzioni – si è scoperto che nasconde un grave sfruttamento di manodopera a basso costo e, in alcuni casi, condizioni vicine alla schiavitù moderna. La Norvegia ha visto un afflusso significativo di au pair provenienti dall’Asia, in particolare dalle Filippine. Per molte donne, diventare au pair in Norvegia rappresenta una possibile via d’uscita dalla povertà. Alcune lasciano le famiglie e i figli per poterli sostenere economicamente. Negli ultimi anni, tuttavia, sono emerse rivelazioni inquietanti di gravi casi di sfruttamento e abusi sessuali, che hanno colpito in particolare le au pair asiatiche.
Mentre lavoravamo al progetto nel 2023, la Norvegia ha introdotto il divieto di assumere au pair provenienti da paesi extraeuropei. In un contesto più ampio, la schiavitù moderna rimane un problema globale, un promemoria scomodo del fatto che le strutture di classe sono tutt’altro che scomparse.
D.: Come avete lavorato allo sviluppo della sceneggiatura e dei film?
KH: Abbiamo affittato per tre giorni un appartamento di lusso ad Aker Brygge, uno dei quartieri residenziali più esclusivi di Oslo, perché se vuoi esaminare il privilegio ti devi trasferire ai piani alti.
L’appartamento è servito come location per i quattro film che compongono l’installazione. Abbiamo lavorato con tre attori che hanno interpretato tre diverse coppie, tutte accomunate dalla presenza della stessa ragazza alla pari nell’appartamento.
Le situazioni e la struttura narrativa di ciascuna coppia erano state delineate in anticipo, ma tutti i dialoghi sono stati improvvisati dagli attori. Quasi tutto il materiale è stato girato durante quei tre giorni, per lo più in un’unica ripresa. C’era pochissimo spazio per i ripensamenti, proprio come accade nei contratti con le au pair.
D.: Come è stata accolta l’opera dal pubblico e dalla stampa?
KH: Dal suo debutto nel 2023 abbiamo presentato Homage Au Pair in diversi luoghi in Norvegia e all’estero. In varie occasioni abbiamo incontrato il pubblico dopo le proiezioni e ricevuto feedback spontanei.
Molti spettatori parlano di un senso di riconoscimento. Alcuni riconoscono le proprie case. Altri riconoscono dinamiche che hanno osservato ma forse mai realmente analizzato. La performance sembra aprire uno spazio in cui gli spettatori possono riflettere – a volte anche in modo scomodo – sul divario tra intenzione e realtà.
Abbiamo anche ricevuto risposte forti e positive dalla stampa. Uno dei film è stato proiettato all’International Short Film Festival di Grimstad nel 2024 e siamo stati naturalmente molto felici e onorati quando ha ricevuto il premio principale per la regia, selezionato tra 3000 candidature da tutto il mondo.
AUTOPRESENTAZIONE DE I PRESCELTI
De Utvalgte è una compagnia di arti performative fondata a Oslo nel 1994, dopo che i membri originari del gruppo hanno completato la loro formazione presso la Nordic Theatre School in Danimarca.
La compagnia è composta da Kari Holtan, Boya Bøckman, Torbjørn Davidsen, Anne Holtan e si avvale della collaborazione di altri artisti a seconda delle necessità.
Per 'Homage Au Pair' si sono aggiunti alla compagnia l’attrice Durga Bishwokarma, alla cantante/compositrice e attrice Juliana Venter, al sassofonista e compositore Rolf Erik Nystrøm e al direttore della fotografia Marius Mathisrud.
De Utvalgte lavora con il teatro contemporaneo e le sue performance si muovono al confine tra teatro, arti visive e performance. Creano un'espressione unica e sfaccettata attraverso la combinazione di media autoprodotti come video, testo, suono e musica.
De Utvalgte è stata la prima compagnia al mondo a sviluppare una nuova tecnologia che utilizza il film 3D come scenografia e narrazione.
Le performance spesso prevedono un cast composto da persone con e senza esperienza di recitazione. Questo aggiunge una dimensione all'opera con ruoli e identità, autenticità e teatralità.
La compagnia mescola l'umorismo e il tragico in un'audace critica delle proprie e altrui inadeguatezze.