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...e le tenebre non hanno sopraffatto la luce di 'Naturae'. Diario veneziano, 16 giugno 2023

Armando Punzo in 'Naturae', foto di Stefano Vaja

 Il prologo non è proprio teatrale, ma in ogni caso prestate attenzione.

 Per cominciare si potrebbe ripetere, alla fine del secondo giorno della Biennale Teatro Emerald a Venezia, la sera del 16 giugno 2023, anzi ormai quasi a notte, quando un magnifico temporale divora per qualche decina di minuti la città degli incanti e ricaccia fuori dalle calli e dai campielli i suoi sempre troppi ospiti.

 ‘…la luce splende nelle tenebre/e le tenebre non l’hanno vinta.’ (1)

  Nota 1: risulta ancora in questione l’esatta traduzione italiana di questo che sarebbe il testo al versetto 5 del celebre incipit del Vangelo secondo Giovanni. A un certo punto, pare che qualche traduttore ufficiale della Conferenza episcopale italiana - che Dio perdoni quegli zucchetti rossi! - abbia provato a cambiare quel ‘vinta’ con ‘accolta’, ma il rischio di stravolgere il senso ha riportato a prima a ‘sopraffatta’, poi a ‘compresa’ e infine di nuovo a ‘sopraffatta’ (vedi laparola.net). 

 Fine della nota sulle tenebre, il risultato è pur sempre che non l’hanno vinta sulla luce che splende.

 E così è stato, nonostante il significativo raddoppio naturale di una pioggia quasi tempestosa, con il mare Adriatico che si era fatto così scuro che se non fosse stato per i campanili che s’intravedevano ancora, sembrava l’oceano d’Islanda in inverno.  

 Come gli squarci dei lampi sulla Laguna, nella mente di tanti che si erano appena confrontati con le ‘Naturae’ di Armando Punzo, (regista e autore di prim’ordine, finalmente premiato con il Leone d’Oro), avranno continuato ad aprirsi le emozioni di uno spettacolo di teatro autentico e straordinario, portato in scena dalla Compagnia della Fortezza di Volterra, per cui lavorano complessivamente una settantina di detenuti, tra cui una composita ventina di attori.

 E, alla fine, una sorta di caverna di luce accoglieva anche i tre protagonisti della catastrofe esistenziale di una generazione in crisi d’identità, schiava della dittatura degli algoritmi del neo-capitalismo digitale, che hanno animato ‘Cuspidi’ di Valerio Leoni, vincitore della Biennale College categoria registi Under 35. 

 Ecco, la costante del rovesciamento luce/tenebre si è riverberata perfettamente addirittura nei colori dei due così diversi spettacoli, con un bianco sale accecante sparso per terra al centro della sala delle Tese dell’Arsenale per lo spettacolo classicissimo di Punzo e con quel grigio scuro opprimente, con passaggi al nero, che prevale nella proposta ‘post-beckettiana’ di Leoni.

 Completamente rovesciata, per così dire, è anche la reazione generazionale del pubblico: si potevano rivedere turbati e perplessi dopo ‘Cuspidi’ gli stessi spettatori più giovani che erano usciti entusiasti fino alle lacrime da una perfomance come quella di Punzo, nonostante che il Maestro del ‘teatro dei vinti’ sia pur così dentro a un certo linguaggio degli anni Settanta del Novecento, e volendo ci metta anche un che d’intellettualistico e svariati riferimenti di così difficile decifrazione per chi è nato nel Terzo Millennio.

 Per sintetizzare la realtà in due sole immagini del dopo, ecco il primo scatto colto al volo passeggiando all’Arsenale fuori dal Teatro alle Tese dopo ‘Naturae’, ovvero anche dopo una bella decina di minuti di scrosci di applausi e varie cavalcate degli attori in giro per la sala, di corsa verso i tre fronti su cui era stato disposto il pubblico, come se fossero diverse gradinate ai bordi del cortile dell’ora d’aria dove la Compagnia della Fortezza si è fatta le ossa.

 Un protagonista dello spettacolo appena struccato, con un volto che sembra uscito dalla Napoli del film ‘Reality’ di Matteo Garrone, e la cadenza della voce pure, si isola verso il bordo del bacino con in mano il telefonino, mostra Venezia sullo sfondo dello storico porticciolo militare a un anonimo interlocutore collegato audiovideo da chissà dove, e gongolando commosso ripete: ‘ ma tu guarda che roooba, eqquà che siamo finiti…’ 

 Subito girato l’angolo, ecco un altro scatto che più speculare al rovescio di così è difficile trovarne: seduta su un blocco di marmo che fa da panchina, una spettatrice nemmeno trentenne è come raccolta su se stessa, a tirare il fiato sulla sigaretta elettronica; si passa la mano sul viso sotto gli occhiali e, a domanda del solito ficcanaso, risponde: ‘mi devo un attimo riprendere, è stato davvero troppo emozionante’. 

 Tanto per non lasciarle scampo, incalzandola si scopre che è un ‘addetta ai lavori’ da ormai qualche anno, e dovrebbe perciò essere ben vaccinata dagli effetti degli spettacoli.

 E invece no, non si riesce proprio a restare immuni all’emozione che muove il teatro di Punzo, in questo ultimo atto di ‘Naturae’, al culmine della maturità creativa di un processo di lavoro sui classici durato più di otto anni e di una compagnia che si è affinata e ridefinita continuamente a partire dal 1988. 

 E’ un teatro fortemente etico, che porta la condizione della prigionia dinanzi a ciascuno degli spettatori come una sorta di specchio (ché poi vedere subito ‘Cuspidi’ non fa che confermare quest’idea di quanto siamo finiti tutti davvero dietro le sbarre, chiusi a chiave dalle micidiali serrature elettroniche digitali).

 E’ uno spettacolo particolarissimo, ‘Naturare’, avvolgente e insieme rarefatto, un inno alla possibilità di ricominciare e alla libertà, un rito commovente perché quanto mai sincero: lo stesso Punzo e gli attori, anche nei momenti fisicamente più impegnativi, sono in scena sempre con un sorriso aperto e lo sguardo mite tra di loro e, soprattutto, verso il pubblico.

Guardano dritto negli occhi, come se in fondo dichiarassero a priori che sono i primi a vivere le emozioni che trasmettono, compresa quella di provare compassione, e se la nostra è per loro, la loro potrebbe essere per noi che ci crediamo liberi. 

 Punto e fine. Per non rovinare la visione a chi vorrà andare a vedere Punzo e la sua ensemble di volterrani per sentenza, in occasione di qualche altra meritata tournée fuori dalle mura, casca a proposito una sola esclamazione che ci riporta verso la luce e le tenebre giovannee: misericordia! 

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