La necessità e il dovere di prendere la parola: una sana lezione dalla Francia per il 25 aprile dei lavoratori dello spettacolo

'May B' di Maguy Marin, prima parte (foto DR, screenshot da theatre-chaillot.fr)

 La compagnia Maguy Marin non s’è limitata a incantare di nuovo Parigi e la Francia, per alcuni giorni tra l’8 e il 12 aprile del 2026, in occasione di un grande omaggio che il Teatro Nazionale della Danza ha voluto organizzare, riproponendo alcuni capolavori del teatro-danza contemporaneo, per il ciclo ‘Expérience Iconiques’.

I danzatori hanno invariabilmente concluso con un appello politico molto ficcante le rappresentazioni più significative, nella grande sala d’onore del Théâtre Chaillot, ovvero nel Palais più importante del Trocadéro.

E, tra le altre riprese, ben cinque, strapiene, per il celebre ’May B’ - magistrale rivisitazione del mito di Samuel Beckett che la coreografa d’origine spagnola ha presentato ormai nel 1981 e che conserva tuttora il fascino di uno spettacolo davvero meraviglioso, pressoché tra i più significativi che siano stati fatti negli ultimi 40/50 anni.

 I dieci protagonisti di cotanto lavoro, bravissimi e rodati (Kostia Chaix, Kaïs Chouibi, Liah Frank, Lazare Huet, Louise Mariotte, Lisa Martinez, Alaïs Marzouvanlian, Isabelle Missal, Rolando Rocha, Ennio Sammarco), alla fine si sono offerti all’applauso del pubblico entusiasta, tutti insieme, con modestia studiata, a piccoli passetti coreografati analoghi a quelli fatti in scena, quasi come automi e senza particolari concessioni - un solo veloce inchino davanti al palcoscenico.

Un minuto nemmeno e si sono fermati più indietro, vicino alla parete di scena: l’ultimo performer sulla destra si è staccato per andare a prendere un microfono, è ritornato accanto agli altri - rimasti sempre immobili nelle stesse pose beckettiane con cui hanno concluso la seconda parte -, e con un foglietto in mano ha letto un'articolata dichiarazione in francese.

Ne riproponiamo il testo tradotto, con a-capi e qualche barra obliqua per sottolineare le pause.

 ‘Noi, lavoratori dello spettacolo, decidiamo di prendere la parola in questo luogo di rappresentazioni,/ per necessità e dovere/ di non lasciare che il mondo della cultura s’astragga dalle lotte sociali e d’emancipazione dei popoli in corso qui e ovunque./

Poiché questi sono luoghi di discorsi e di parole pubblici,/ il dovere delle istituzioni artistiche e culturali è di mettere in opera tutto il possibile contro l'ascesa del fascismo in tutto il mondo,/ contro la precarietà di tutti gli individui e contro il sistema ultra liberale in cui viviamo./

Per questo noi crediamo che la scelta di non prendere posizione tanto quanto le mezze misure/ oggi/ sono diventati degli atti di collaborazione./

In ogni luogo, in ogni festival, in ogni avvenimento/ deve risuonare la voce di quelle e quelli che lottano per una vita degna,/ sulla scia di altre voci che si levano,/ in modo che il silenzio diventi impossibile./

Non dimentichiamo le lotte e non resteremo da soli in silenzio,/ continueremo a prendere la parola in tutti gli spazi possibili e ad interpellare le persone che si permettono ancora di tacere./

Noi, noi dobbiamo fare fronte/ e pure molto aldilà del contenuto delle nostre opere:/ dobbiamo organizzarci per resistere collettivamente ai fenomeni di fascistizzazione della nostra società,/ contro l’asservimento dei popoli,/ contro i genocidi attualmente in corso, in Palestina, in Congo, in Sudan e in tutti gli altri Paesi vittime della nostra colonizzazione, che sono pure colonizzazioni culturali./

Dobbiamo sostenere concretamente i movimenti sociali, perché le loro lotte sono anche le nostre/ contro l’austerità, l’autoritarismo, lo smantellamento del servizio pubblico, la degradazione delle condizioni di lavoro e di vita, il razzismo di Stato e l’imperialismo./

E’ necessario ricordare che la libertà di creazione al giorno d’oggi è in pericolo e sotto attacco/ e non esisterebbe proprio senza coloro i quali si sono battuti e si battono ancora oggi contro il fascismo e l’aggressione capitalista./

La storia di queste lotte ci obbliga ed è ora che noi ne prendiamo parte, pienamente e frontalmente’.

Seconda parte del meraviglioso 'May B' di Maguy Marin dedicato all'opera e al mito di Samuel Beckett (foto di Carlo Fernandes, screenshot da theatre-chaillot.fr)

 Nei teatri di Francia, soprattutto nelle ultime stagioni, e persino nelle manifestazioni di danza contemporanea più importanti, non è insolito ascoltare prese di posizione politiche finali dei protagonisti, vedere rientri degli artisti nei giri per gli applausi con vessilli di chiara leggibilità (per esempio la kefiah o la bandiera di Palestina) e grandi nomi che lasciano leggere appelli da un rappresentante della compagnia addirittura prima dello spettacolo, presenziando magari in vestaglia e con trucco o parrucco mezzo celati.

 Lo abbiamo visto fare da François Chaignaud con la cantante argentina Nadia Larcher all’Opera de Lyon per la Biennale Dance 2026, per dire di un caso davvero singolare trattandosi della prima francese di una creazione - il viaggio nel folk andino ‘Último Helecho’ -, che una volta si sarebbe definita ‘operetta’.

 Un’altra bella lezione d’impegno è stata impartita nell’estate del 2025 dalla ‘partigiana’ svizzera-italiana e germanofona Ursina Lardi, attrice di prima fila nella prestigiosa ensemble dello Schaubühne di Berlino, con una sana intemerata antifascista in occasione del Leone d’Argento alla Biennale Teatro di Venezia, proprio di fronte al ministro della Cultura del governo Meloni! 

 E’ vero, anche in Italia ci sono stati e ci sono artisti che sentono questo dovere di testimonianza, elencarli è superfluo perché in fondo sono così pochi, e spesso tra i più bravi, che si ricordano facilmente nomi e cognomi. La stragrande maggioranza purtroppo continua a tacere.

 Va però notato che questo grande peccato d’omissione viene sempre incoraggiato, soprattutto nei nostri teatri istituzionali, e si ricordano pure casi recenti in cui autori e artisti anche di fama hanno pagato pegno per aver voluto prendere posizione.

 Ecco, in certe blasonate sale è molto più facile vedere uno spettacolo che dissacra, per qualità artistica scadente, un luogo che sarebbe deputato al bello, piuttosto che un protagonista affermare con coraggio in pubblico le sue convinzioni. 

 Peccato davvero. E buon 25 aprile a tutti!

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