Applausi per Lady Marianna del Ring, e per le altre 'sedute a guardare il mare' (o la Vettabia, fa lo stesso)
14.10.2026
Si sa, e non da ieri: a Milano niente e nessuno possono sfidare l’ora dell’aperitivo. E’ una sorta di soglia ineludibile, che diventa pure la vera barriera del suono da oltrepassare, in mezzo a tanta musicaccia e a tutto quel ronzio di chiacchiere in sottofondo che rendono misofonico anche un curioso.
Figurarsi, poi, alla fine di una Beauty Week con le code più incredibili per uno stand o l’altro, in attesa del regalino di una totebag di Pupa o di un campioncino di qualche crema sudcoreana.
E così, appena hanno cominciato a vedersi in giro i canonici bicchieroni di plastica da spritz, sabato 19 settembre nel tardo pomeriggio, ha dovuto chiudere subito i battenti persino ‘Mud Works’ di Lina Lapelytė, attesa ‘durational performance’ che ha aperto la nuova stagione di FOG nel Giardino della Triennale.
Cinque ore annunciate - con un certo coraggio, dal solito imprevedibile direttore di Triennale Teatro Umberto Angelini - di ‘arte partecipata’, sul prato dello spazio verde antistante il nuovo Caffé-Cucina dell’istituzione culturale riportata allo standard di una metropoli internazionale da Stefano Boeri (il quale ArchiStar, per la cronaca, ha fatto capolino a salutare l’artista verso le 17).
Titolo fanghivo ‘Mud Works’, ‘Concept, musica e regia: Lina Lapelytė’, come recita la prima riga dei credits: ma poteva anche starci ‘di e con’ L.L., tanto si dava di torno l’affascinante artista lituana, tra consolle, prato, taglieri di ceramica da lavorare, indicazioni ai cantanti e agli animatori.
Nelle prime due ore della perfomance tutto appariva meravigliosamente quieto, un vero bel pomeriggio insolito di fine estate, per pochi fortunati certo, ma fortunati davvero, bastava vedere la bellezza dei bambini in giro.
Poi, purtroppo, ‘Mud Works’ è man mano scivolato verso almeno un’ora intera dove tutto finiva sopraffatto dal tunz-tunz ossessivo degli altoparlanti del vicino ‘evento’ nel Parco Sempione, una sorta di festa techno-dance cominciata alle 16 e poi entrata nel vivo dopo le 18.
Di qua, all’interno dello spazio recintato che separa la Triennale dal Parco, dalle 15 l’artista lituana invitava una provvisoria comunità di teatralisti e cultori dell’arte milanesi a mettere insieme le mani nel fango per costruire quattromila cubetti di ceramica.
Al verde ambiente e al grigio della terraglia da cuocere conferiva un certo rosso d'atmosfera il sottofondo di suoni in loop, con un blocco di musiche e di versi poetici cantati dal collettivo corale milanese ALOT, molto malinconici, con parole e atmosfere che sembravano evocare guerre e solitudine.
Dopo un po’ tutti pensavano di aver imparato almeno la prima poesia-canzone sul lutto, di cui una mano gentile ci ha girato il testo a fine serata: ‘I lost/ my loss/ in a collective/ of loss…’, da Eyleen Miles, newyorchese della generazione ribelle originale Settanta - che wikipedia non esita a definire ‘a cult figure to a generation of post-punk female writer-performers’.
In realtà, molti, provando a ricanticchiare i versi sulla morte della madre di Miles, si perdevano subito, e si sentiva scappare qualche ‘Lord’ di troppo, forse per il clima quasi ascetico da ‘Into my arms’ di Nick Cave che si era creato intorno.
Peraltro i testi scelti per l’occasione da Lapelytė meriterebbero davvero un’analisi a parte, disponendo della preparazione letteraria e della sensibilità poetica necessarie (1).
E però di là, O Lord!, oltre la siepe, stava per esplodere un grande deejay set dove ci si poteva scatenare a ballare liberamente, sotto il logo di un coccodrillo in occhiali da sole con l’acquolina in bocca e la scritta Croccante con piccoli spicchi accanto.
Croccante non è il nome della solita società di pizzerie, ma di un gruppo di giovani che ha cominciato a organizzare serate a Roma, ed è sbarcato oggi dietro il Castello sforzesco con i milanesi di B-Party.
Megawatt sparati dai muri di casse, proposti da cinque diversi dj-performer-produttori, con regolare contorno di food-truck per cibi e bevande, bagni chimici, ambulanza e così via.
Nessun problema per chi si fosse trovato nella condizione dei versi di cui sopra, ‘I lost/ my loss’: in caso ci si poteva rivolgere a un piccolo stand dell’associazione ‘di promozione sociale per la salute mentale dei giovani’ Mentis Cor.
Sembra poi che anche questo sia un nuovo marchio di complemento del cosiddetto ‘soft-clubbing’, il fenomeno che ha preso piede dopo la crisi delle discoteche e forse anche grazie all’inasprimento repressivo contro i rave.
E accidenti pure all’indirizzo esatto, sull'invito della festa Croccante/B-Party, che recitava, O Lord!: ‘Teatro Continuo di Alberto Burri, via Enrico Ibsen’; ma lasciamo subito perdere d'andare dietro anche a questi riferimenti, ché ci sarebbe proprio da dar di matto…
Sta di fatto che la convivenza con ‘Mud Works’ di cotanto party è parsa presto impossibile e così la ‘durational perfomance’ è stata un po’ meno duratura, s’è chiusa di fatto con gli applausi al coro e all’artista prima delle 19.
Chissà se almeno Lina Lapelytė avrà chiuso gli occhi un attimo pensando alle scene clou di ‘Sirāt’ di Óliver Laxe! Anche se qui non era possibile nessun metaforico passaggio di anime attraverso l’inferno: la soglia tra Parco e Triennale era ben presidiata dalla Vigilanza.
In ogni caso la prima che non se l’è presa più di tanto è stata l’artista stessa: a un certo punto è rientrata sul prato con il suo bel Hugo Spritz in mano e amen, ha confabulato con il direttore di sala e con il maestro dei coristi e ha deciso serenamente di chiudere prima.
Del resto basterebbe anche solo dire che viene da Vilnius, che se non è già zona di guerra poco ci manca, e tornerà nella sua capitale baltica con i quattromila cubetti di Milano per doppiare l’evento con un altro ‘Mud Works’ in Lituania.
E, poi, diciamo la verità, l’elegante Lina non è una che vive fuori dal mondo, non è un monaco né una marginale. Non lo sono nemmeno, per dire, i poeti dei quali ha così ben scelto delicati e toccanti versi, tutti scrittori di riconosciuto valore, spesso anche impegnati.
Infine, per una sommaria valutazione, basterebbe anche soltanto ammirare la superficie di Lina, senza indagarne l’anima, ovvero l’appropriata scelta del look, il malizioso taglio scalato irregolare dei capelli, l’elegante vestito-tunica marrone, la calza-stivale con alluce separato...
E come non sottolineare quel magnifico sorriso con cui accoglie gli sconosciuti spettatori-collaboratori che si siedono accanto a lei per preparare tante altre paretine di fango?
Oggi è un’artista di fama, non di nicchia. Può ben lasciar dire di sè, in una presentazione internazionale rivolta, anche con un video, ai più piccoli fruitori di una sua opera: 'Lina fa arte usando musica, suono, movimento e gioco. Si è formata come violinista e compositore classico. Ha fatto un sacco di arte diversa, tra cui un musical sul cambiamento climatico in cui gli attori cantano su una spiaggia che ha costruito al chiuso. La sua formazione musicale le ha insegnato la relazione tra i suoni, i loro tempi e come sono strutturati. Vede la maggior parte dell'arte che crea come una forma di musica'.
Dai festival teatrali di tendenza dove ha presentato le performance che l'hanno resa famosa, è arrivata al successo internazionale nelle gallerie d'arte.
Intorno a questo appuntamento coprodotto da Triennale Milano con il Contemporary Art Center di Vilnius si è sottoposta a una dura routine tra camere d’albergo (a Milano era in uno storico Tre Stelle con affaccio sull’Arco della Pace), aeroporti, stazioni e gallerie d'arte di prim'ordine, riunioni con i collaboratori fino a notte e mail alle cinque di mattina per le interviste.
Infatti, in poche settimane ha anche allestito ‘We Make Years Out of Hours’ all’Hamburger Banhof di Berlino con 400mila cubi di legno da spostare (aperta fino al 10.1.2027), e presentato un gigantesco labirinto in cui muoversi, ‘Serendipity Island’, alla Turbine Hall di Londra per il Tate Modern Festival (dal 25 luglio al 31 agosto).
Così, tra l’altro, ha avuto modo di prolungare la collaborazione nata per Triennale con la nostra pregevole Fondazione Officine Saffi per la produzione delle ceramiche.
E, giusto per non girare troppo ancora intorno al tema della purezza assoluta, non è che non si noti quel Luxury Brand che l'ha chiamata a occupare lo spazio contemporaneo più chic-kolossal di Berlino, dove Chanel Culture Fund finanzia le mostre.
E alla Tate non era certo un dettaglio il marchio UNIQLO, che come sponsor di grandi Play artistici della galleria londinese, peraltro, garantisce le iniziative d’accessibilità (una sessione ad hoc di ‘Serendipity Island’ con Lapelytė è stata organizzata per bambini e adulti neurodivergenti).
L’arte partecipata non può essere come le lettere da conservare sigillate che canta in arabo con grazia il prolifico scrittore curdo-siriano Salim Barakat nell’ultima poesia musicata di ‘Mud Works’: una performance deve comunque prendere ‘forma’ in concreto, e con quel tanto di suffisso latino di completamento ‘per’, non potrà mai venire evocata ‘come una carezza delicata che dobbiamo ancora sentire’.
A proposito, tornando a bomba, ovvero all’inizio dell’interruzione, sarebbe interessante fare un preciso elenco di chi è rimasto davvero male quando s’è intuito che l’esondazione del deejay set vicino sarebbe stata inarrestabile.
In ordine di vicinanza possiamo enumerare subito: alcune maschere e dipendenti vari di Triennale Teatro, che però si sforzano di non farne mostra;
il vecchio cronista che ha rinunciato al viaggio a Bolzano per la nuova ’Stadion Etudes’ di Florentina Holzinger, con tanto di crudele interlocutore Vip che gli racconta di aver visto la prima uscita-shock dell’austriaca, TANZ, che ne ha consacrato la ‘brazen gynephilia’ (Art Forum);
un Brerista volontario di complemento, che peraltro non sa che l’Accademia non ha voluto destinare un gruppo di aspiranti scultori come animatori, al posto dei soliti poveri studenti della Paolo Grassi, con tanto di anziane professoresse in minigonna al seguito;
un bel tipo scapigliato sui trent’anni o poco più, che s’aggira con vistosa nuvola di lunghi capelli ricci dopo aver abbandonato accanto alla sedia, in prima fila sul prato, le sue nuove Birkenstock color cuoio e una sorta di origami pappagallo, confezionato con una pagina arancione del libretto di sala, con regolare ‘cannetta’ spenta appoggiata sopra…
Eccoli qui i nostri provvisori eroi di giornata, insieme ai divertiti e diligenti piccoli scultori in erba. Devono aver sofferto parecchio, ovviamente, anche i coristi che hanno dovuto sfidare, restando rigorosamente soavi nell’aspetto, quello stramaledetto tunz-tunz.
Viceversa saranno stati contenti quelli a cui la chiassosa festa avrà pur reso un bel po’ di denaro, Croccanti e B-Partygiani vari, con annessi e connessi.
Peccato soltanto che nessuno abbia avvertito la casa editrice elèuthera, che tra i suoi nuovi agili ‘libri per una cultura libertaria’ annovera da diversi mesi anche un bel saggio che sarebbe stato la lettura perfetta in questa versione Municipio 1 della Milano Premium di metà settembre 2026: Serge Latouche, ‘Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea’.
L’economista e filosofo francese, già molto noto per aver teorizzato la decrescita felice, parla oggi di ‘Hyperpolis’, ovvero del modello di città-supermercato gigante (definizione mutuata dal romanzo ‘Les Géants’ di Le Clézio), ‘dove spariscono confini, storia, senso del limite e la colonizzazione commerciale dell’immaginario produce il disastro dell’arte'.
'Un marchio invisibile, quello dell'Hyperpolis’ - recita la scheda del libro - 'che impone gli stessi valori - competizione, profitto, spettacolo - all’urbanistica e all’arte. Il risultato è duplice: un paesaggio di non-luoghi ed una creatività addomesticata alle logiche del mercato’.
Ecco, ben detto. Ma alla fine di questo pomeriggio viene da pensare che forse non bisogna lasciarsi prendere troppo dallo sconforto, nemmeno a Milano. Forse basta semplicemente mettere di nuovo le mani nel fango: nel Mad World che è davvero diventato il nostro mondo occidentale oggi, l’arte (e il teatro con essa) può essere ancora un modo di stare insieme per costruire qualcosa.
Si può continuare imperterriti a giocare a Tetris, come abbiamo imparato a fare dopo il crollo del Muro di Berlino, o provare a ribaltare in poesia la vita oltre il turbo capitalismo, magari proprio preparando tanti bei cubetti di ceramica da far cuocere sulle barricate dell’arte intorno a Lina-Marianne.
(1) TESTI DELLE POESIE DI 'MUD WORKS'
Eileen Myles - Condividere l'autunno
Ho perso/ la mia perdita/ in un collettivo/ di perdite/ potevo allungare la mano/ e afferrarne/ una manciata/ salvandole/ dalla pioggia
Asiya Wadud
di tutti i nomi/ di tutti gli uomini/ le donne. tutta/ la nostra progenie/ ogni caos
ogni bisogno/ le nostre mappe migliori/ ciò che contava, ciò che divenne/ un libro di preghiere/ conservato per la luce del giorno/ e quella della luna/ e quella maledetta/ per recuperare un corpo/ tutto. in questi giorni/ ci siamo ricordati/ di farcela, di piangere il lutto
Ilya Kaminsky/ Eppure, io sono
Eppure, io sono. Io esisto./ Io ho un corpo
Sulla terra possiamo fare/ –non è vero?–/ ciò che vogliamo.
Bhanu Kapil
puoi viaggiare/ verso questi luoghi/ nei tuoi sogni/ in ciò che significa stare con gli altri./ nel modo in cui stai con gli altri./ qui/ per sempre./ ora.
Natalie Diaz
Il lavoro del lutto
Andiamo dove c'è amore, al fiume, in ginocchio sotto l'acqua dolce. finché non diventiamo fiume. Veniamo ricomposti.
Kaveh Akbar
È un mito/ che l'amore viva nel cuore; vive nella gola/ lo spingiamo fuori/ quando parliamo
quando ansimiamo ne prendiamo un po'/ per noi
Etel Adnan
XIV interruzione
ma amo i fiori per la loro perfidia/ i loro corpi fragili/ ingentiliscono i viali della mia immaginazione
senza la loro presenza/ la mia mente sarebbe una tomba/ senza nome
Dana Sederowsky
Solo
Certo./ Io sono un albero. Non voglio giudicarti. Non è la mia missione nella vita. Registro e prendo appunti mentali. Forse pensi che io non sia meglio di te. Ma io sto là fuori, in contatto con la società. Impegnato. Nel mio rigido contrapposto. E sono sconcertato dal fatto che tu te ne stia seduto lì dentro. Da come ti nascondi al mondo.
È uno shock sentirsi dire tutto questo da un albero./ Arrossisco.
W.S. Merwin
Un altro anno è arrivato
Non ho nulla da chiederti,/ Futuro, paradiso dei poveri./ Indosso ancora le stesse cose. Continuo a porre la stessa domanda / Alla stessa luce,/ Mangiando la stessa pietra,/ E le lancette dell’orologio busseranno senza entrare
Mahmoud Darwish
(noi) camminiamo verso il senso/ e non arriviamo
È un miraggio/ guida per i confusi/ verso acque lontane/ inutile ed eroico
Ma la nostra saggezza ha bisogno di una canzone/ dal ritmo vivace/ affinché la speranza non venga meno
Salim Barakat
105
Case di luce,/ letti di luce,/ giardini di luce,/ bagni di luce,/ e cuscini di luce...
e lì seppelliscono/ i loro volti/ e soffocano.
Asiya Wadud
cosa significa avere valore?
Salim Barakat
22
Cosa avete rubato quando eravate ragazzi come me?/ Avete rubato una ferita che racchiude l'essenza di tutte le ferite?
Salim Barakat
202
Conserveremo le lettere,/ sigillate e non lette./ Sono più belle sigillate,/ come una carezza delicata che dobbiamo ancora sentire.