Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Se fosse un romanzaccio rimasticato di genere, ‘Quello che possiamo sapere di Oracle’ potrebbe cominciare in un imprecisato futuro con il viaggio del protagonista - un archeologo della precedente civiltà della parola, collezionista di segreti artistici - in quel che resta della vecchia Washington Square, a Manhattan, New York.
Questo piccolo mondo porta dritto al punto già dall’evocazione letteraria del titolo di luogo, scelto in un tanto remoto 1880 da Henry James per il suo (forse) più famoso romanzo ‘minore’, ispirato a una vicenda reale di contrasti tra amore e interessi che lo scrittore ascoltò dal racconto dell’amica Fanny Kemble, attrice di prim’ordine d’epoca vittoriana (e dal 1985 anche titolare di un bel cratere su Venere, ma questo andrebbe in nota a parte).
Si parla dunque di libri, di teatro e di vite vere. Ma la prima biografia da indagare, per il caso ‘Oracle’, sarebbe quella di uno studente arrivato alla New York University da Santiago del Cile, nel 2010, per frequentare un Master in Editoria, Adrián Puentes, che è poi omonimo di un olimpionico cubano di tiro con l’arco - e anche questo inciso non c’entra nulla.
Tornato a casa con un’agenzia letteraria bell’e pronta, grazie a un Capstone project andato perfettamente a buon fine, dal 2012 Puentes rappresenta alcuni nuovi e valenti scrittori latino-americani. E con un colpo d'intuito notevole sposa subito il talento straordinario di Benjamin Labatut, un tipo che in Italia si direbbe alla Baricco, ché un po’ assomiglia pure fisicamente al nostro giovane Alessandro (e anche questa osservazione è comunque poco poco pertinente).
Nato a Rotterdam, Labatut ha passato l’infanzia tra l’Aia e Buenos Aires, per poi stabilirsi a Santiago da ragazzo e infine consegnare, a 32 anni compiuti, la prima raccolta di racconti alle stampe. E dopo un primo romanzo complesso, sul vuoto e l’oscurità, con il poetico titolo originale ‘Después de la luz’, nel 2020 Labatut brilla come una nuova stella di ‘Un verdor terrible’, di un verde terrificante.
Proprio così, anche se questo suo terzo libro, più volte definito dai critici ‘un romanzo saggistico distopico’, diventa un caso mondiale l’anno dopo, non nell’originale in spagnolo, bensì con la versione inglese tradotta da uno scrittore di peso come Adrian Nathan West. E da quel momento il singolare ‘terrible greeness’ si stinge in un efficacissimo ‘When We Cease to Understand the World’ (in italiano ‘Quando abbiamo smesso di capire il mondo’, Adelphi).
Anche se non ha proprio niente a che a fare con il nostro plot, apriamo una piccola parentesi su quel terrificante verde, che è poi quello che vede personalmente il narratore, Labatut stesso, nelle notti insonni da giardiniere, intuendo appunto che nessuno, nemmeno i più grandi scienziati di cui divora le biografie alla ricerca di dettagli ricorrenti, riesce davvero a comprendere il mondo che stiamo costruendo. Fine della parentesi ‘greeness’.
Sul volume fioccano premi e selezioni per PEN award e Booker, riconoscimenti d’ogni tipo, recensioni entusiaste che celebrano la nascita letteraria di un nuovo W.G.Sebald, passaparola online con l’acronimo (o inizialismo, come da suggestione della Crusca) WWCTUTW: viene resa nota persino la presenza dell’edizione americana nella short-list dei libri che si porta da leggere in vacanza l’allora Presidente Barack Obama…
Andando al dunque della nostra improbabile trama, la molla della ricerca tra New York, Santiago e il cuore dell’Europa, è riuscire a individuare ‘se, quando e come’ sul desk di Puentes sarebbe arrivata la richiesta di cessione dei diritti per un adattamento teatrale del best-seller di Labatut: se per esempio era già stata monetizzata in centinaia di migliaia di dollari, e perciò ‘in esclusiva’, una versione cinematografica a Hollywood o, peggio ancora, per una mini-serie di una piattaforma di streaming, oppure chissà.
Il ricercatore protagonista del nostro possibile romanzaccio è uno che simpatizza con le antiche tribù degli appassionati, ovviamente anche con i dramaholici, e sa che tra alcuni bene informati si parlò parecchio e con rammarico, verso la fine del primo quarto di secolo del terzo millennio, del diniego di Puentes durante la breve trattativa per i diritti teatrali con gli agenti del nuovo maestro polacco del teatro totale Łukasz Twarkowski, che sognava d’imbastire addirittura una trilogia di opere kolossal sul libro di Labatut.
Non c’è stato niente da fare, ‘Nada’ fu la risposta di Puentes. Punto e basta così: il plot di ‘Quello che possiamo sapere di Oracle’ è già diventato più che stucchevole.
E bisognerà pur dire qualcosa di questo regalo della seconda venuta a Milano di papa Twarkowski, sommo pontefice di una nuova confessione teatrale che sa mescolare iper-techno, rave, cinema, sfalsamenti temporali da capogiro e approfondimenti impossibili sul presente vivo.
Questa volta - intesa come la rappresentazione al Piccolo Teatro, per il festival 'Presente Indicativo', di ‘Oracle’, con il cast di lettoni del meraviglioso Dailes Theatre e un prodotto concepito per Ruhrtriennale - gli era pure proprio esplosa in mano la materia, ovvero il tema dell’Intelligenza Artificiale, dopo la beffa di dover seguire le orme di Labatut senza poterlo fare in effetti.
Ma è così felice, questo geniale ‘ragazzo’ del 1983 che sale per gli applausi sul palcoscenico mano nella mano con la figlioletta, questo nuovo guru delle macchine teatrali che giustamente fa uscire per primi alla fine i tecnici - e quanti diavolo sono! -, questo creatore che non solo ha riportato il teatro polacco, partendo dal centro della Slesia, in quel di Wrocław, ai primi posti nel grande giro d’Europa, mettendo pure insieme sempre delle squadre incredibili, con quegli attori entusiasti ed entusiasmanti delle care vecchie istituzioni culturali sopravvissute al crollo del comunismo sovietico nei Paesi baltici...
Vogliamo star lì a notare che doveva pure riuscire ad andare davvero da qualche parte, con la sua sola intelligenza naturale, e certo anche quella della sua storica e straordinaria co-autrice, Anka Herbut (una tosta e impegnata, che per staccare un po’ la spina si è convertita, a 43 anni, al pattinaggio su ghiaccio)? E da quale parte mai, pur anche con tutto quel mestiere e quel talento, mentre nessun altro essere umano - e certo nemmeno nessuna AI - sa ancora dove va il mondo e in particolare questo ‘nuovo mondo’?
Vogliamo muovere pure qualche appunto a uno che, nel 2026, quattro anni dopo il trionfale ‘Rohtko’ e altri monumentali allestimenti, alla fine della conferenza stampa cita ancora con ammirazione Grotowski o Fassbinder?
Non sarà riuscito forse a caricare dell’umanità politica del regista tedesco tutti i suoi personaggi in scena, stavolta, Twarkowski: e se voleva dimostrare che ogni tecnica porta ‘grotowskianamente’ a una metafisica, beh, ci siamo distratti quando la giornalista bella e saccente della sua finzione oracolare s’è fatta come divorare dal cervello-mostro digitale. Super.
Ma alla fine che cosa mai si potrà obiettare a uno che, tanto per gradire, mette giù un inizio così col botto? Che ti spacca i timpani, ti fa girar la testa e t’inchioda alle poltrone per quattro ore?
Uno che alla fine è ancora lì a sfoderare sinceri sorrisi e risposte - è sempre così lucido e diretto con le parole, tanto quanto complesso nelle costruzioni teatrali - anche ai giovani sconosciuti che lo avvicinano?
‘Quando abbiamo smesso di capire il teatro’ perché preferiamo abbandonarci alle emozioni, ci resta da dire soltanto che avremmo voluto vedere anche il primo atto, ‘Quanta’, di questa trilogia Labatut-non-Labatut, attendendo pure il terzo.
Ma su papa Twarkowski - lasciando risuonare quelle note di ‘You are my destiny’ che non potevano non appiccicarsi addosso dopo ‘Oracle’ -, al dramaholico resterà sempre un rammarico esteso a tutto, proprio tutto questo suo post-teatro reinventato nel cuore della Mitteleuropa, dal primo mitico ‘Farinelli’ in poi.
Concretamente, chissà dove un giorno si potrebbe davvero sperare nella ripresa di suoi vari spettacoli: se il titolo diventa ‘Quello che possiamo vedere’ ancora di Twarkowski, probabilmente si parte almeno con ‘Lokis’ (2017), tratto dal racconto di Prosper Mérimée, per arrivare all’ultimo monumentale rave ‘Respublika’.
…’You are my happiness/ That's what you are’, fantastico Łukasz, canta lo spettatore entusiasta - ‘senza se e senza ma’, anzi pure con i ‘se’ i ‘ma’ del caso ‘Oracle’.