'Loreto impagliato e il busto d'Alfieri...le buone cose di pessimo gusto'? No, proprio no, vedi il nuovo 'Mirra' di Ortoleva

Il nuovo 'Mirra': da sinistra Mariangela Granelli, Marco Cucciola e Lorena Nacchia (foto di Giulia Lenzi)

 Tra gli sport più praticati dai dramaholici, soprattutto se emiliani, c’è il salto in alto con tripla rincorsa. Che prevede appunto di prenderla ben alla lontana, e pure per volare in aria.

Ecco perché, per parlare della virtuosa nuova prestazione di Giovanni Ortoleva, decisamente il più cult tra i registi di nuova generazione, viene naturale prenderla dall’ultima risonanza che può avere. 

 E verrebbe quasi da incominciare con una bella esclamazione retorica, del genere: ah povero ‘bel giovane triste’, che di sé scrisse ’vive tra il Tutto e il Niente/ questa cosa vivente/ detta guidogozzano!’ 

 Sempre che si studi ancora a scuola, di Guido Gozzano resta nella memoria collettiva quel celeberrimo incipit, ’Loreto impagliato e il busto d’Alfieri,’ della poesia che elenca celiando ‘le buone cose di pessimo gusto’ nel salotto borghese tipo di Torino, quello della casa de ‘L’amica di Nonna Speranza’. 

 Ed è solo il primo riflesso deformato, questo relativo a Gozzano, della memoria dell’immenso poeta e drammaturgo settecentesco - ‘il rifondatore della tragedia classica italiana’ - che dà così lustro alla città sabauda da mantenere il nome della sala teatrale più grande insieme con il Regio, il Teatro Alfieri di piazza Solferino, e pure l’esposizione pubblica in regolare busto marmoreo che svetta dal 1903 sulla facciata del grande Teatro di piazza Carignano. 

 (Per non dire delle citazioni ottime e abbondanti persino in qualunque guizzo social-mediatico per favorire il richiamo turistico della città: il video della Consulta di Torino sulla bellezza di piazza San Carlo e l’importanza dei suoi Caffé si apre con un semplice ‘Fu dimora di Vittorio Alfieri…’).

 S’aggiunga alla rincorsa che l’ultima e particolarissima opera di Alfieri, ‘Mirra’, ovvero il sorprendente oggetto del nuovo lavoro di Ortoleva, è ormai ben poco rappresentata: se ne ricorda il più 'recente' allestimento importante ben prima della fine del secolo scorso, quando sul calendario non era ancora girato il millennio. 

 Eppure, eppure… per il coraggioso e raffinato tentativo di riproporre questo capolavoro della tradizione classica italiana, persino Torino, la città di Alfieri, sembrava distratta: alla seconda replica non traboccava affatto di spettatori il Teatro Gobetti, che per quanto sia un gioiellino ottocentesco, non è certo una sala come l’Alfieri o il Regio, da 1500 posti, ma da duecento e rotti.

 Ora, è pur vero che la sera di mercoledì 25 febbraio a Torino c’era aria di forte distrazione per via dell’appuntamento chiave in Champions League della Juventus nel proprio Stadium, ma non è possibile che la Vecchia Signora del calcio possa umiliare così un personaggio-immagine che le ‘vegie madame’ esponevano in ogni buon salotto, emblema della cultura patria e del nuovo classicismo.

Un po’ di questa specifica ritrosia del pubblico teatrale si spiega facilmente con la scelta di rifarsi davvero esegeticamente, in questo allestimento di 'Mirra', al linguaggio originale della tragedia, e in generale pure con quel certo rigore dell'insieme.

 A questo proposito bisogna pure riconoscere, in primo luogo, i meriti del Teatro Metastasio di Prato e del Teatro Stabile di Torino, che insieme hanno consentito a Ortoleva di confezionare una proposta teatrale così sofisticata, e invero autenticamente culturale, da far mettere subito mano alla pistola a qualunque direttore marketing imperante nelle nostre istituzioni.

 Lo straordinario lavoro - ché gli aggettivi in questo caso non sono superflui, e perciò saranno pure ridondanti - segna quasi un’ulteriore aspirazione verso il teatro di qualità da parte di un regista del 1991 che, in poco più di un pugno di anni di lavoro, ha già sviluppato un percorso preciso di riflessione sulla natura stessa del teatro oggi, come s’intuiva dal precedente ‘La signora della camelie’, dove la celebre storia da Dumas figlio era riportata all’interno di un piccolo palco in scena.

 In questo caso è come se Ortoleva con ‘Mirra’ avesse fatto un passo avanti ancora verso un’essenzialità formale che accentua l’ambizione di contenuto.

E’ uno spettacolo davvero ammirevole anche grazie alla cura evidente, fatta per sottrazione e quindi con il risultato di un elegante sobrietà, nella scena davvero easy di Federico Biancalani, nei costumi contemporanei di Aurora Diamanti, nella parte musicale e del suono firmata da Pietro Guarracino con Davide Martiello.

Ultimo ma non per ultimo, l'affascinante lavoro del light designer Massimo Galardini, così ben giocato tra luci e ombre, con tagli di illuminazione ben poco banali, da riuscire nell'effetto di quasi far raddoppiare sul piano visivo lo sforzo d’ascolto richiesto agli spettatori per tenere dietro alla lingua dell’Alfieri. 

 E veniamo al sodo, ma sia ben chiaro che qui si sta facendo di tutto pur di evitare anche il più leggero degli spoiler: per ‘Mirra’ ci sono ancora posti nelle ultime due repliche torinesi, sabato e domenica, non perdeteli.

Del resto, se fossimo in un Paese normale, il ministero della Cultura e/o quello dell’Istruzione - oltretutto di un governo che si dichiara sovranista e difensore dell’identità nazionale - ne raccomanderebbero fattivamente la ripresa in tournée, ché invece sarà purtroppo ben poco probabile. 

 E’ forse appena meno inutile sperare che qualche teatro si ricordi di dover svolgere ‘una tantum’ anche una funzione culturale, e di quanto sia importante in questo ambito valorizzare la tradizione italiana, oltretutto in modo così poco banale e vivo (1).

Questa difficile impresa muove da una scelta d’adattamento del testo di Alfieri, che Ortoleva rilancia nell'originale, pur non integrale ma alleggerito, e fa recitare tal quale è stato scritto, in quell’italiano quasi arcaico e tanto poetico nel senso proprio della metrica classicista. 

 Il lavoro del regista è stato quindi teso a forgiare l’eccellente cast in modo che l’italiano di Alfieri suonasse comprensibile e addirittura assimilabile a gesti e movimenti da personaggi di teatro contemporaneo, con un sorprendente tentativo di fare di una classica tragedia del Settecento quasi un Interno di famiglia da teatro borghese nord europeo del Novecento.

En passant del cast va detto, in ordine alfabetico che in questo caso si presenta persino calzante ai giudizi di meriti, che il re-padre Ciniro è grandiosamente ritagliato dal navigato Marco Cacciola; la nutrice Euriclea, anche per via un certo preciso passaggio dello spettacolo, è strepitosa, e del resto lo si dice quasi sempre di Monica Demuru.

Dà una grande prova di bravura anche Marco Divsic, chiamato a vestire i panni dello sfortunato marito non amato Pereo; Mariangela Granelli fin dalla prima scena è una superba regina madre Cecri, fredda e altezzosa, responsabile della sciagura causata dalla vendetta di Venere; e la giovane Lorena Nacchia affonta con impegno la parte decisamente più difficile, quella di Mirra e del suo desiderio incenstuoso, che anche già nelle scelte di Alfieri si esprime con un linguaggio più complesso e allusivo.

 E’ davvero molto apprezzabile che questo impegnativo lavoro sugli attori e sulla fedeltà al testo sia così bene andato in porto. La solita vicina intelligente sosteneva con il compagno di serata che questo rende il miglior servizio possibile proprio alla tradizione classica della tragedia, di cui Alfieri si sentiva appunto così...'alfiere', perché sul piano del linguaggio teatrale è sempre stata fatta interamente sulla recitazione.

 Venendo al regista, Ortoleva alla fine con questo lavoro si smarca persino dall’abito che gli hanno cucito addosso i numerosi sostenitori: seppur in realtà sia emerso come uno dei giovani delle edizioni 2018-19-20 della Biennale Teatro di Venezia, egregiamente dirette da Antonio Latella, tanti pensano e dicono che sia il solo ad aver manifestato il potenziale per diventare una sorta di nuovo Luca Ronconi

Lo stesso ‘Mirra’ sulla carta lo poteva portare in quella direzione: l’ultima importante riproposta fu fatta appunto da Ronconi quando dirigeva lo Stabile di Torino, ma la versione della tragedia presentata nel 1988 fu davvero di tutt’altra partita. E non tanto e solo per la scena o altri dettagli, ma prima di tutto per il peso di richiamo dei nomi in cartellone, da Remo Girone fresco di consacrazione popolare ne ‘La Piovra’ televisiva alla già notissima Ottavia Piccolo, fino a una giovane Galatea Ranzi.

Va considerato che poi, a quel tempo, Ronconi era già comunque un personaggio di primo piano, seguito e riverito dall’intellighenzia e dai giornali che facevano opinione - peraltro oggi, anche volendo, non ci sono più né l’una né gli altri!

 A Ortoleva non resta quindi che augurare tutti gli applausi che pure già raccoglie, e altri ancora. Non se la prenda troppo se 'Mirra' non avrà una grande circuitazione, pare chiaro che sia poi uno che sa benissimo distinguere il pubblico, nell'odiosa accezione che ha preso di mandria da guidare con gli strumenti del marketing, dagli spettatori, uno per uno, complici fondamentali, a cui rivolgersi con la considerazione dovuta.

Uno per tutti, giusto per non sembrare acritici, per l'appassionato d'emozioni Ortoleva dovrebbe pure decidersi a militare tra i praticanti della verità del teatro anche per quanto riguarda le voci degli attori, ché i microfoni in realtà finiscono per penalizzare lo sforzo degli interpreti creando pure fastidiosi problemi: la gestione dei livelli in diretta è davvero complessa, soprattutto nelle scene madri dove le voci si alzano e/o si abbassano esageratamente.

 E' una piccola osservazione che nulla toglie alla considerazione che, nonostante in Italia abbiano fatto fortuna diversi osannati creatori di teatro cult intellettualistico, o di tale pretesa, Ortoleva si è già mostrato un metro sopra tutti questi.

E così si conferma ancora un nome del teatro italiano di cui davvero tener conto, con il suo percorso verso l’essenzialità, dopo il trittico imponente di Marlowe-'Faust' più 'Lancillotto e Ginevra' più Shakespeare 'Dodicesima notte', dopo il passaggio quasi meta-teatrale de ‘La signora delle camelie’, per non dire dell’assaggio di teatro-realtà al Festival di San Miniato e dei lavori con gli studenti dell'Accademia Silvio D’Amico di Roma, che purtroppo sono stati visti da un pubblico più ristretto.

 Al suo raggiunto livello di riconoscimenti e professionalità, sarebbe stato facile distrarsi un attimo, pensando di più al successo ‘sic et simpliciter’ e mettendo un po’ da parte l’ambizione culturale che invece con questa bellissima operazione su ‘Mirra’ conferma di voler assecondare.

Che non cambi mai strada, per carità! Come ben vede di riflesso nel più noto dei colleghi che furono 'Latellati', il successo di 'pubblico' è una maledizione e lavorare stanca: se troppo, poi, annebbia la mente.

Scena di 'Mirra' con strepitoso cast al completo: in primo piano Lorena Nacchia con Monica Demuru; dietro Marco Cacciola, Marco Divsic e Mariangela Granelli

(1) Note di regia di Giovanni Ortoleva

«Povera tradizione italiana. Diventata suo malgrado sinonimo di noia, arretratezza, reazione. Forzata a diventare qualcosa che non è mai stata: un canto autoritario a valori che non ci sono mai appartenuti. In quest’epoca in cui agli artisti e alle istituzioni è chiesto di tornare alle “nostre tradizioni”, lo studio del nostro patrimonio culturale diventa una necessità, un atto politico. Per difenderla dalle stupide falsità che su di lei vengono dette, e restituirle la sua ricchezza, la sua forza perturbante, il suo potere rivoluzionario. I “nostri grandi poeti” hanno costruito sublimi giardini del linguaggio, è vero, ma hanno anche fatto detonare le nostre convenzioni con esplosioni non meno sublimi. La Tradizione non è una terra pacifica. 

Mirra, di tutto questo, è un esempio perfetto. Quella della ragazza condannata dagli Dèi a innamorarsi del padre non è “solo” una storia tragica, ma una punta di coltello con cui aprire il meccanismo familiare, mostrando gli ingranaggi di questa sacra istituzione in tutta la loro umana mediocrità. Il linguaggio alto e lirico dei genitori, Cecri e Ciniro, si dimostra più volte pura cerimonia, convenzione borghese con cui gli adulti raggirano e manovrano i giovani, quasi come in un Romeo e Giulietta nostrano; e proprio come Giulietta, Mirra è una giovane campionessa del linguaggio, con cui instaura una battaglia che si estende per tutta la durata del testo, piegandolo, deformandolo, dicendo la verità per dire costantemente altro.

Alfieri, in un certo senso, è il nostro Shakespeare, per il tentativo che lo accomuna al bardo di Stratford di creare un teatro alto ma non puramente letterario, poesia che diventa fatto scenico. Un tentativo che nella gran parte dell’opera di Alfieri, va detto, si è rivelato fallimentare, ma che trova in Mirra una grandezza e compiutezza sorprendenti. L’adolescente si muove in questa famiglia pre-borghese in un equilibrio tra furore, follia e gioco recitativo che costituisce un unicum nella letteratura teatrale forse non solo italiana, ma internazionale. Una Amleto, privata dei giochi del principe di Danimarca ma tenuta in un dialogo costante e spaventoso con gli Dèi. Una grande figura femminile che merita di nuovo, a mio parere, la scena.»

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