Che cosa può fare il teatro mentre il mondo è fiamme e l'odio impera? Il nuovo LIFE prova a rispondere con 7 spettacoli cult e...
06.03.2026
Per partire dall’inessenziale, alla fine il Creatore s’è presentato per il giro d’applausi tenendo per mano una bellissima bambina, che gli somiglia davvero tanto. Si era proprio dentro al palcoscenico dello splendido LAC di Lugano, intorno a quella gabbia elettronica dello ‘zoo’ di Varsavia (ovvero del Teatr STUDIO di tradizione grotowskiana) che costituisce la scena in cui si sviluppa il racconto ‘The Employees’.
Già, diventa una notizia che il regista Łukasz Twarkowski abbia voluto festeggiare mano nella mano con la figlioletta Mia, di 9 anni appena compiuti, questa benedetta replica italo-svizzera della sua singolare opera letterario-distopica, che ha debuttato nel 2023, tratta da un romanzo sperimentale e poetico dell’autrice danese Olga Ravn (trad. it. Il Saggiatore).
Non è affatto un teatro per bambini, quello di Twarkowski, balzato alla notorietà europea per i complessi meccanismi che sa montare in scena grazie a un ampio uso delle videocamere e al tratto musicale di fondo sempre tanto techno-dance, al punto che stavolta gli efficientissimi svizzeri distribuivano all’ingresso tappi per le orecchie degli spettatori sensibili.
E questo esemplare 'Spektakl Łukasza Twarkowskiego', come dicono dalle sue parti, viene addirittura presentato con l’avvertenza: ‘Sono presenti scene di nudo e musica ad alto volume. È previsto l’utilizzo della macchina del fumo e di luci stroboscopiche’.
In effetti ‘The Employees’ termina, dopo due ore e quaranta minuti, con il denudamento integrale degli straordinari attori polacchi, dopo che si sono intraviste pure una-due scene di amore saffico abbastanza esplicite (spoiler! si direbbe quasi alla Jan Fabre degli anni d’oro).
Certo, niente di così indecente o davvero urtante, da dover magari soccorrere subito gli ‘affected theatregoers’, come le cronache di ‘The Stage’ riferiscono sia successo qualche giorno fa al Royal Court di Londra, durante le rappresentazioni in ‘world premiere’, ma subito perciò sospese, di un nuovo dramma sulla maternità (‘Guess How Much I Love You?’ di Luke Norris).
E se pure la piccola Twarkowski non avesse seguito dietro le quinte, con il papà, tutta la complessa e cruda narrazione di questa sorta di ‘viaggio nello spazio con replicanti’ finito male, s’è presentata persino al breve dibattito organizzato al termine della rappresentazione. Unica minore tra i giornalisti, critici e teatranti vari arrivati perlopiù in torpedone dalla Stazione Centrale di Milano, con il transfert che il LAC mette gentilmente a disposizione nelle grandi occasioni.
(Già, è una bella fortuna per gli appassionati milanesi disporre di quest’altra sala quasi di casa, non solo per la vicinanza bensì anche considerando che dal 2020 il responsabile artistico è il regista Carmelo Rifici, che fino a ieri ha diretto anche la scuola del Piccolo Teatro intitolata a Luca Ronconi, di cui è stato assistente e allievo).
Sul profilo Instagram che l’iper-mediatico Twarkowski alimenta con una certa costanza, si trova addirittura una sua recente foto molto simpatica, scattata sulle piste del ghiacciaio di Stubai, nella più grande stazione sciistica del Tirolo austriaco, che ritrae il regista con un sorriso smagliante, mentre in ginocchio con lo snowboard ai piedi solleva la figlioletta Mia, bardata in tuta e maschera da sci. A didascalia, un semplice: ‘Happy, Happy 9th Birthday, Mia!’
E se molti a questo punto si staranno già chiedendo: ma che cosa c’entra mai tutto questo sproloquio da Novella 2000 dei poveri…, per la risposta bisogna forse attendere qualche settimana, quando al festival Presente Indicativo sarà montata ‘Oracle’, nella sala grande del Piccolo intitolata a Giorgio Strehler, ovvero la seconda parte della nuova trilogia matematico-scientifica che sta impegnando Twarkowski nelle ultime stagioni.
Tocca d'aprire un'altra parentesi, lunga ma indispensabile, su questa nuova trilogia che potremmo definire ‘post-Labatut’, perché, come il nostro ottimo Łukasz confessò nell’incontro a Milano seguito alla sua prima venuta al Piccolo, anche lui è uno che può finire completamente ammaliato, e in questo caso lo è stato dalla lettura di ‘Quando abbiamo smesso di capire il mondo’ e poi dell’opera tutta del singolare narratore-divulgatore Benjamín Labatut.
‘Oracle’ - se non l’avete ancora fatto, procuratevi il biglietto per le due date italiane, il 23 e 24 maggio, non ci sono quasi più posti - ha debuttato il 28 agosto del 2025 al festival di Ruhrtriennale per poi tornare in scena dal 19 settembre, sempre dell’anno scorso, a Riga, in Lettonia o Latvija, dove sarà di nuovo in programma anche poco prima della tournée a Milano.
Nota bene: si tratta di un’altra produzione partita da quell’eccellente Dailes Theatre che gli appassionati hanno avuto modo di apprezzare, in tutta Europa, proprio grazie al famoso ‘Rohtko’ con le consonanti invertite, che ha segnato la consacrazione di Twarkowski stesso.
La presentazione ufficiale di Dailes del nuovo spettacolo si apre con questa spiegazione: ‘la seconda parte della trilogia scientifica, ‘Oracle’, fa luce sulle scoperte nell'intelligenza naturale e artificiale del matematico e logico britannico Alan Turing - il creatore del test di Turing - durante la seconda guerra mondiale’.
Oggi come oggi, per vedere anche la prima parte del trittico post-Labatut, che s’intitola ‘Quanta’, bisogna addirittura prepararsi ad andare l’11 o il 12 giugno prossimi fino in quel di Vilnius.
‘Quanta’ infatti nasce nel contesto del Teatro Nazionale Lituano, dove Twarkowski è di casa fin dal 2017, quando ha allestito la sua versione del racconto horror del 1869 di Prosper Mérimée ‘Lokis’.
Dopo aver debuttato allo Janaceck Festival di Brno nel settembre del 2024, ‘Quanta’ attende ancora una miglior sorte internazionale, nonostante faccia leva sul racconto di una riunione dei più importanti fisici del mondo nel 1938, in un albergo delle montagne svizzere, con il tedesco Werner Heisenberg che discetta di particelle elementari e del suo principio d’incertezza...
...e non a caso fu poi lo stesso meeting al ritorno dal quale scomparve misteriosamente Ettore Majorana: sveglia, teatri d’Italia! (Chissà se qualcuno ci farà il regalo di programmare finalmente anche il thriller finanziario 'WØR1D ØN @ WIR3CARD', prodotto per Münchner Kammerspiele, sempre nel 2023, che nasce dallo scandalo tedesco Wirecard con il suo intreccio tra poteri economici e gangsterismo).
Dunque Twarkowki ora, mentre continua a seguire passo dopo passo le sue otto produzioni ancora in sporadica programmazione, è arrivato alla sequenza scientifica 'Quanta' più 'Oracle' più un terzo atto ancora da venire. Un giorno almeno il co-produttore Onassis Stegi programmerà ad Atene l’intera trilogia, forse stanno attendendo di vedere il completamento.
Intanto l’estate scorsa il nuovo polo artistico cult della Grecia, che ha prontamente inserito Twarkowski tra gli artisti associati, lo ha invitato ad allestire pure il suo chilometrico rave teatrale intitolato ‘Respublika’ per il gran finale del festival d’Epidauro.
Inventato in piena pandemia per il solito Lithuanian National Drama Theatre, ‘Respublika’ ha debuttato nel settembre del 2020 al Vilnius Film Cluster nella versione di 6 ore ma è stato riproposto quasi sempre con nottata di danze a seguire non-stop.
Ad Atene nell'estate del 2024 si sono visti alla consolle, nel Rave dj set organizzato dopo ‘Respublika’, la leggenda della techno Richie Hawtin affiancato dalla palestinese Sama' Abdulhadi. Il TPAC di Taipei, nel giugno del 2025, s'è addirittura gemellato per il Rave party a seguire con Pawnshop, celebre club alla berlinese che anima le notti di Taiwan.
E così facilmente, dal successo mondiale del regista-raver, si torna alla sua piccola Mia, e al dopo visione di ‘The Employees’ a Lugano. Per quanto ami la techno intorno ai 100 decibel e le 'feste scatenate', Łukasz Twarkowski per fortuna non è il papà di ’Sirāt’ e nemmeno uno dei protagonisti dell'inquietante e ipnotico film di Óliver Laxe.
In fondo, nonostante sia proprio un creatore sempre al limite di quello che si potrebbe definire il post-teatro contemporaneo tecnologico, con il linguaggio più aderente ai gusti e alle abitudini ricreative delle nuove generazioni, Twarkowski è tuttavia un uomo di successo che sta varcando la soglia del ‘mezzo del cammin di nostra vita’.
Seppur non si direbbe affatto che sia nato nel 1983, a vederlo così in t-shirt bianca, ancora tanto giovane e bello tra i più giovani e belli dei suoi straordinari attori connazionali, per comprenderne la maturazione basta poi sentirlo parlare con sincerità. E notare quanto riesca a farlo pacatamente e pure scherzosamente, di fronte a un plotone schierato di giornalisti e addetti ai lavori, ma con un occhio alla sua bambina lassù in sala.
La trilogia scientifica dovrebbe segnare appunto questa svolta verso la piena ‘adultità’ di un regista teatrale che pure parrebbe tra i più ‘giovanilisti’ in circolazione.
E ‘The Employees’ dunque rappresenta uno step importante del percorso di Twarkowski nella terra di mezzo della maturità, perché lo ha costretto a misurarsi con un altro testo letterario, questa volta però contemporaneo, con una produzione meno imponente di quelle che gli verrebbe naturale allestire, e ancora gli ha consentito di continuare a sperimentare quel suo uso così intrigante delle videocamere, con cui conferisce alla narrazione maggiore enfasi e pure sfalsamenti temporali dichiarati.
In particolare, riprendendo la storia da un romanzo non lineare e facendo pure interpretare da ciascun attore sia l’impiegato x dell’Organizzazione sia il replicante numerato uguale, si è potuto sbizzarrire a dovere in questi spiazzamenti che ama tanto fare.
E in qualche modo questa malinconica vicenda di forte sapore evocativo, del genere 'metti Philip K.Dick in era Space X di Elon Musk' piuttosto che 'rivedi il Kubrick di Odissea 2001 nel 2041', presenta persino un risvolto meta-teatrale.
C’è un passaggio in questo senso trasparente, che costituisce anche il momento di divertimento puro di uno spettacolo altrimenti drammatico, ed è collocato nell’ultimo dei brevi intervalli.
Il racconto viene infatti interrotto da sospensioni di 3 minuti con il count-down. In questo breve lasso di tempo la scatola magica dentro la quale si svolge la narrazione viene rimontata ogni volta all’uopo, mentre l’intero cast si rifocilla, chiacchiera o fa stretching al ritmo della musica techno che resta sparata a palla. E gran parte del pubblico bighellona intorno.
Nell'ultimo intervallo, che diventa così un passaggio quasi prefinale, c’è un minuto particolarissimo che merita un sano spoiler! - anche se l’indicazione pare superflua: chissà se qualcuno andrà mai a vedere ‘The Employees’ nelle prossime date, all’Espoon Teatteri della seconda città finlandese o al Teatru Łaźnia Nowa di Nowa Huta, Cracovia.
Si sente dopo poco una voce cadenzata e quasi meccanica in diffusione, che però non è quella del simil-HAL 9000 che comanda la missione. Accompagnata dai sottotitoli che tornano in funzione, sopra i minuti del conto alla rovescia, la voce comincia a dire: ‘abbiamo finito prima stavolta…’
Segue un breve dialogo tra due dei fari posizionati nei punti cardinali, sì proprio due fonti di luce, con movimenti e proiezione luminose che scandiscono a ritmo lo scambio di battute sulla vanità dell’uomo e degli attori, che pare proprio un’aggiunta della drammaturga Joanna Bednarczyk al romanzo della Ravn.
Anche se il regista dichiara di aver deciso di scartare questa strada metateatrale, nonostante l’avesse inizialmente imboccata, resta che ‘The Employees’ può essere visto come una metafora perfetta del rapporto tra spettatori e attori, come pure tra attori e personaggi, tra verità e finzione sì, ma soprattutto sul filo del mistero delle emozioni ovvero dei sentimenti.
E ai diversi osservatori che se ne sono usciti dalla rappresentazione di Lugano commentando a mezza voce che ‘Rohtko’ era proprio su un’altro livello di complessità, anche per l’intreccio dei temi, verrebbe da replicare che va considerata sul piano dei contenuti la forte caratura poetica di ‘The Employees’, aldilà del significato rispetto alle prospettive più inquietanti sul futuro post-umano che vogliono costruire i fanatici dell’Intelligenza Artificiale e i boss di quella che era stata chiamata la PayPal-mafia.
Alla fine, questo bellissimo esercizio di post-teatro canonicamente twarkowskiano, ci ricorda quanto possiamo tutti sempre tornare ‘umani, troppo umani’ perché in grado di riscoprire la bellezza dei ricordi familiari, dell’attrazione per l’altro o anche solo dei ciuffi d’erba, dopo aver affrontato le prove di passaggio nel disumano, oltre il confine dell’umano - ché è un po’ poi il mondo che ci sta capitando in sorte in questi ultimi tempi.
Infine, poter stare lì intorno a scrutare nella scatola-gabbia dove si svolge la storia, ci dice tanto della tensione reale verso l’esperienza, anche come possibilità del teatro nel mondo dell’intrattenimento iper-tecnologico del presente. Non a caso Twarkoswki, a chiosa di 'The Employees', ama citare quella frase chiave pescata da un personaggio di Olga Ravn: ‘la mia coscienza è come una mano: tocca, invece di pensare’.