La necessità e il dovere di prendere la parola: una sana lezione dalla Francia per il 25 aprile dei lavoratori dello spettacolo
19.04.2026
Si può dire che l’operazione ‘Mirandolina’ abbia subito fatto centro, dal debutto al Teatro Verdi di Padova il 17 febbraio: basterebbe citare, per paradosso, le perplessità di tanti critici, evidentemente alle prese con un disagio maschile da cultura patriarcale, come direbbero le ‘comrades’ femministe dell’autrice irlandese Marina Carr, che sulla rivendicazione di genere fonda la sua poetica.
L’allestimento di questo nuovo lavoro ispirato alla ‘Locandiera’ di Goldoni è stata presentato dal Teatro Stabile del Veneto (che l’ha varato in una coproduzione internazionale con l’Abbey Theatre irlandese, da cui arriva la regista Caitríona McLaughlin, e con il Teatro Nazionale Croato di Fiume HNK Rijeka) come un contributo alla campagna di sensibilizzazione contro i femminicidi.
A latere è stata avviata persino una raccolta fondi in favore di Orphan of Femicide Invisible Victim, che sostiene 38 orfani e orfane di cinque regioni italiane.
Una rapida occhiata a varie recensioni - tutte guarda caso firmate da signori critici, alcuni peraltro di spessore e di nota posizione progressista - ha prodotto l’effetto primario d’inibire ogni giudizio anche al dramaholico.
Verrebbe da chiuderla con una battuta su quanto, nella mente degli appassionati che diffidano dei giudizi ‘ex-cathedra’, sorga sempre spontaneo prenderli proprio alla rovescia.
Al solito senza spoilerare troppo, ecco almeno un primo elenco di ribaltamento possibile delle critiche più comuni a ‘Mirandolina’, sentite qua e là anche tra il pubblico della penultima replica milanese al Teatro Elfo Puccini il 14 marzo.
A) IL PRETESTO GOLDONI - Fa specie a molti il riferimento alla celeberrima ‘Locandiera’, in primo luogo ai veneti e agli addetti ai lavori che conoscono la vocazione editoriale del loro teatro, certamente e giustamente con lo sguardo rivolto a tener alto il vessillo di cotanta tradizione ‘glocale’.
Ma è una polemica ormai vecchia come il cucco, questa sull'infedeltà dei rifacimenti. Nel caso, poi, è assolutamente possibile che un ristorante familiare di Dublino abbia preso il nome dalla folgorazione per Goldoni del fondatore, avvenuta durante un viaggio a Venezia, e che, via via, tra le generazioni, ci sia stato un erede che ha voluto dare alla figlia il nome Mirandolina.
E’ questo tout court il pretesto di Marina Carr, che poi costruisce una simil-trama dell’originale goldoniano, in tutt’altro senso e direzione, com’è ovvio per un autrice di oggi particolarmente sensibile e impegnata al femminile.
Certo, può darsi che abbiano ragione i puristi, per esempio il grande Peter Stein, che sostiene che sia un vergognoso inganno sfruttare il richiamo dei titoli di Cechov per fare altro. Ma bisogna pur accettare l’idea che l’intero corpus della letteratura mondiale è alla fine un gigantesco rifacimento delle stesse storie, il teatro poi…
Alzi la mano chi ha avuto la fortuna di vedere il non proprio esegetico e pertinente ’Tre Sorelle’, con il titolo in brasiliano ‘E se elas fossem para Moscou?’ che ha consacrato il talento di Christiane Jatahy: si può considerare un piccolo capolavoro e uno dei migliori spettacoli degli anni Dieci del Duemila, a prescindere da come faceva leva sul pretesto cechoviano.
B) LA PROLISSITA’ DEL TESTO - Molti si spaventano dalla durata complessiva, 2 ore e 45 minuti compreso un intervallo, con il conseguente sforzo di attenzione richiesto da questa ‘Mirandolina’.
Ci sta pure, nel mondo dell’istantaneità social-mediatica. Ma, cari signori ‘distrattisti’ in servizio permanente effettivo, il teatro-teatro tradizionale - nel caso appunto di una tra le migliori tradizioni anglosassoni -, richiede i tempi giusti. E per mettere giù una trama articolata, per giunta ricorrendo più volte ai flashback, con tanti personaggi e anche tre fantasmi, non bastano 45 o 50 minuti.
Il testo della Carr, tradotto con la consueta professionalità da Monica Capuani, potrà anche essere imperfetto, anzi sicuramente lo è. La prima parte può risultare effettivamente farraginosa ma è anche indispensabile per costruire l’impianto narrativo che poi si scioglie in modo così naturale nella seconda.
Che poi risulti ripetitivo e/o eccessivo nel carico di critica al maschile, beh, questa è proprio l’intenzione più che rispettabile dell’autrice.
C) L’IMPORTANZA DEL PUNTO DI VISTA - Conviene sempre considerare la lezione di Milan Kundera sul valore e l’importanza del romanzo borghese per comprendere le dinamiche della società: un forte punto di vista reazionario, alla Balzac, è il pungolo più efficace per potersi guardare di riflesso, confrontarsi e misurarsi.
L'intuizione kunderiana vale ugualmente anche per questo testo di vera e propria ‘reazione’ alla tossicità maschilista di un ambiente, che è semplicemento quello che denuncia la Carr e che riguarda l’Irlanda come il Veneto profondo o tante altre regioni del nostro Occidente cristiano in crisi.
E’ urticante per un uomo sentirsi rovesciare addosso tutte queste accuse di genere? Certo, magari sì, ma potrebbe funzionare per aprire meglio gli occhi e la mente. Di spettacoli tiepidi e patinati è già pieno il mondo.
D) LA FUNZIONE E IL SENSO DEL TEATRO - Ci sono anche dei bei monologhi in questo testo della Carr, tre attribuiti ai relativi fantasmi e uno, quasi all’inizio, che conferisce alla pièce una prima opportuna rottura di ritmo.
E' l'intervento di una madre ubriacona (Sandra Toffolatti, al solito strepitosa) che non sa come consolare il figlio che 's’innamorò perdutamente/ d'una che non lo amava niente' (Massimo Scola, sempre più convincente man mano che prende spazio il suo personaggio).
Il primo intervento dei fantasmi, affidato a un Alex Cendron davvero eccezionale, va peraltro dritto al cuore anche della contraddizione di fare teatro oggi, ben sapendo che ci si parla addosso o al massimo in una nicchia residuale.
Che sia forse questo che, di riflesso, urta subito i ‘teatr-entranei’ della critica, che si sentono parte del sistema e non si curano certo di restarne estranei? E' duro ammettere che ci rivolgiamo tutti a un pugno di mosche e a quattro gatti, ma è la realtà.
E) UN CAST DAVVERO STREPITOSO - Per fare una domanda retorica, poi, che cos’è poi alla fine il teatro, visto dalla parte degli spettatori, se non anche o soprattutto un’opera degli attori?
Su questo piano, a dire il vero, nessuno ha osato sollevare un sopracciglio: la compagnia di giro di ‘Mirandolina’ è tutta da applausi.
La povera protagonista Mirandolina, Gaia Masciale, fagocitata in un ruolo davvero difficile, riesce a cavarsela al meglio, da dieci con lode poi quando s’impegna in un cambio di personalità (per dirla con un ‘no spoiler’).
Il denso monologo narrativo del nonno e un piccolo assaggio di movimenti da fantasma di Giancarlo Previati sono superlativi.
L’altra fantasma, Margherita Mannino - senza evocarne con precisione il ruolo per non rovinare la visione a chi cercherà di recuperare questa ‘Mirandolina’ - s’incarica dell’arduo compito di aprire lo spettacolo e in qualche modo pure di chiuderlo, complimenti anche a lei.
Meritano i tanti applausi che li accompagnano in camerino anche quei tre maschi alfa allo sbando che tali devono sembrare in scena (Denis Fasolo, Riccardo Gamba e Andrea Tich), notevolissimi interpreti.
F) CHE COS’E’ UNA REGIA - E qui s’arriva alla regia di Caitríona McLaughlin, un’altra signora irlandese che è stato oggetto come la Carr di varie critiche (beh, è facile-facile censurare una donna straniera che non è certo nel novero dei vari riveriti registi di potere del nostro Paese).
Va detto invece che lo spettacolo risulta lodevolmente allestito, in modo accattivante e anche preciso rispetto al testo, in tutte le componenti che si usano definire tecniche (scena, luci, suono ecc.).
E, poi, se gli attori sono così bravi e recitano persino senza gli odiosi microfoni che ormai tutti utilizzano, si potrà pur pensare che un qualche merito vada ascritto anche alla direzione che imposta la regia.
Onestamente McLaughin sembra essere stata molto brava prima di tutto nella preparazione con gli attori, anche perché è evidente che non ha preteso di snaturarli, per costringerli totalmente a quello stile internazionale d’understatement che prediligerà lei per prima.
Ha scelto come una via di mezzo, per fare in modo che il pubblico italiano potesse godere del tipo di bravura a cui è più abituato, senza nemmeno irritare quei pochi ammirevoli spettatori che sarebbero estremisti della ‘non-recitazione’. La contro-critica potrebbe continuare oltre?