La necessità e il dovere di prendere la parola: una sana lezione dalla Francia per il 25 aprile dei lavoratori dello spettacolo
19.04.2026
Non so quanti riusciranno a vedere ancora il nuovo spettacolo ‘Historia del amor’ di Agrupación Señor Serrano nella data unica del 18 marzo a Milano, a Triennale Teatro: si sa che FOG è un festival del cui programma non si fa nemmeno in tempo ad accorgersi che molti spettacoli sono già ‘sold out’.
Per la prossima occasione, il 25 marzo, tocca d’andare fino a Salamanca e sedersi in mezzo agli studenti dell’Università nel Teatro Juan del Enzina e poi chissà (tenete d’occhio l’agenda sul bel sito della compagnia).
Tra i fans che sono corsi subito a vedere ‘Historia del amor’ - presentato all’ultimo GREC di Barcellona e rilanciato in apertura dal Festival delle Colline Torinesi, l’8 e il 9 ottobre dell’anno scorso al TPE-Astra - non pochi hanno pensato, con la responsabilità di spettatore complice fondamentale del teatro, che questo lavoro meriti un’accurata 're-visione', ovvero una seconda possibilità di fruizione.
Non soltanto perché è sicuramente un ‘work in progress’ come tutte le creature dei bravi teatranti, sempre tesi a ritoccare e migliorare qualche dettaglio. E nemmeno solo perché è lo spettacolo del ventennale di questa compagnia catalana fondata da Àlex Serrano e ancor oggi con la complicità di Pau Palacios, che nel frattempo si à trasferito a vivere in Alto Adige, e di Barbara Bloin.
Giusto per un veloce refresh, bisogna tener presente anche la poetica particolarissima di questo che potremmo definire ‘nuovo teatro di realtà’ praticato finora dalla compagnia, che ha conosciuto anche un bel passaggio a Milano, incardinata in quella Zona K che raccoglie il pubblico che cerca non tanto l’intrattenimento quanto invece un sovrappiù di senso, sociale e politico.
Ebbene, fin dal titolo, questo ‘Historia del amor’ segna in qualche modo una deviazione di percorso dai temi dell’attualità.
Il genere proprio dei Serrano era già stato sottoposto a un allargamento verso il linguaggio teatrale tradizionale, con il raffinato precedente ‘Una Isla’ del 2023, complessa e profetica performance sulla sfida con l’Intelligenza Artificiale.
Stavolta con l’amore siamo a un altro passo ancora, che alla fine (piccolo spoiler altert!) sembra sconfinare persino nell’auto-fiction e nel meta-teatro.
Apriti, cielo! I più sfegatati fans del geniale equilibrio tra forma leggera innovativa e contenuto forte d’attualità che gli Agrupación Señor Serrano sono riusciti a mettere a punto, non hanno proprio digerito la svolta ‘teatral-esistenziale’.
Alcuni critici più militanti, o anche solo ormai giunti alla soglia della vita in cui l’amore non è più al primo posto e il cuore casomai è da far auscultare dal cardiologo, vivono addirittura come un tradimento la svolta ‘intimista’.
Questo atteggiamento è comprensibile, per carità, e in qualche modo pure condivisibile. Egoisticamente spettatori e fruitori vari - nonché prima di tutto per interesse editori, organizzatori e impresari -, vorrebbero inchiodare qualunque protagonista sulla scena al grado esatto del successo. E’ un po' quella che Adorno chiamava la trasformazione degli artisti in articoli di marca, prodotti dell'industria culturale.
Attenzione però a sottovalutare il valore e l’importanza del percorso, nelle carriere artistiche e creative.
Prendiamo ad esempio, per una breve digressione sul valore del percorso, tre casi limite diversi. Il primo è anche l’unico teatrale e forse davvero pertinente, perché afferisce al collettivo di riferimento di questo nuovo teatro di realtà, Rimini Protokol, perciò si può liquidare subito in poche parole.
Basta citare l’aulico titolo di ‘Nachlass’, un capolavoro di linguaggio e di profondità, che partiva dalla domanda su che cosa resta dopo la morte e rispondeva attraverso un pugno di storie - ricostruite dentro scatole sceniche - che rappresentavano stocasticamente la società svizzera, ovvero il microcosmo per eccellenza del nostro mondo europeo e occidentale ricco.
Presentato in Italia nel 2017, non è che ‘Nachlass’ sia stato successivamente preso come punto di riferimento o termine di confronto per valutare tutto quello che hanno fatto e fanno Stefan Kaegi e compagni, altrimenti…meglio per loro se avessero cambiato logo!
Anche Àlex, Pau, Barbara e 'compañeros', prima d’intraprendere quel processo di ridefinizione che dopo ‘Una Isla’ ha prodotto ‘Historia del amor’, avevano toccato letteralmente con ‘The Mountain’ la vetta del ‘serranismo’ teatrale: uno spettacolo meraviglioso e pure profetico, che ha debuttato in piena pandemia da Covid al Festival International des Arts di Bordeaux ed è poi passato tra entusiastici applausi in tanti festival, ben due solo a Milano, da 'Da vicino nessuno è normale' di Olinda al più recente LIFE nell’estate scorsa.
Non a caso, così perfettamente centrato sull’epoca della post-verità, ‘The Mountain’ è ancora richiesto in giro per il mondo, a sei anni ormai dal primo allestimento, tanto quanto il precedente ‘Birdie’ del 2016 resta un pezzo di teatro vivo, e valido tuttora, sul tema drammatico e sempre più divisivo delle migrazioni dei popoli.
Se si guarda alla letteratura, poi, gli esempi virtuosi delle deviazioni di percorso sono infiniti. Sarebbe bello andare indietro fino ad Hermann Melville, all’attualissimo ‘Moby Dick’, con Captain Ahab reincarnato in Trump, o all’altrettanto profetico ‘Uomo di fiducia’ sul denaro e la religione, prodotti all’origine semiclandestini di uno scrittore da cui si pretendevano soltanto novel sui paradisi esotici.
Basti citare il caso limite più attuale di Jonathan Littell: dopo ‘Le Benevole’ ha collezionato stroncature ad ogni passo, più che mai quando osa andare oltre il grande romanzo storico. Figurarsi poi la generale deprecazione, più che giustificabile, quando s’è messo a sperimentare linguaggi a partire proprio dal tema dell’amore fisico e della sess’ossessione in ‘Una vecchia storia. Nuova versione’.
Ultimo, definitivo esempio: qualcosa di simile a quello che tanti appassionati hanno provato alla prima visione del nuovo lavoro di Agrupación Señor Serrano, in grado ben diverso, si poteva registrare nella composita tribù dei più attempati ‘post-rock-victims’ che non perdono un appuntamento con gli islandesi Sigur Rós.
Nell’ultima lunga tournée, partita dal Southbank Centre di Londra per il Meltdown Festival nel giugno del 2023 e conclusasi all’Auditorio Nacional di Città del Messico il 26 novembre di quest’anno - di cui poi, il 16 marzo, è stata annunciata il calendario ‘final leg’ (1) - i Sigur Rós hanno appunto osato cambiare radicalmente approccio dopo venticinque anni in giro per il mondo, con ormai più di 900 concerti alle spalle con alcuni pezzi forti stile Pink Floyd post-moderni.
Nella nuova versione classicheggiante il frontman Jónsi e gli altri del gruppo si presentano seminascosti in mezzo agli orchestrali di varie formazioni di musica contemporanea, con alcuni brani scritti all’uopo e pure riproponendo una sorprendente versione colta e ‘paludata’ anche di diversi pezzi storici, di quelli che ne hanno consacrato la fama di band cult. Una vera e propria deviazione, fatta a suon di archi e strumenti classici che conferiscono solennità e monumentalità, come dicono i critici, a scapito del rock. Di un indiscutibile bellezza ma, a tutta prima, proprio disorientante, anche per l’effetto a volte sovrastante dell’orchestra, che rischia di piallare i vari brani a un dato linguaggio musicale.
Non che non avessero mai fatto qualche esperimento del genere, per esempio in un celebre concerto a Los Angeles, ma nella seconda parte di quella storica esibizione l’orchestra era proprio uscita di scena e aveva lasciato campo libero a un’appendice decisamente più da festival post-rock, nello stile storico del gruppo originale. Stavolta si è trattato di una vera e propria ridefinizione, che ha fatto subito storcere la bocca a tanti. E, per andare sul personale o poco più, anche a una pattuglia di dramaholici e ‘sigurrossiani’ della prim’ora. Soltanto chi ha avuto poi l’opportunità di godere dell’invito del gruppo a ripescarli quasi subito (nel nostro caso in una perfetta sala da concerti, la Salle Pleyel di Parigi, dopo le date italiane al Teatro degli Arcimboldi), oggi difende a spada tratta la nuova stagione contemporaneista classica del dopo maturità del gruppo islandese.
Sarà stato forse anche per via del caso fortuito, o anche solo di un migliore check-sound da un posto all’altro, ma il concerto parigino è stato assolutamente stupendo, l’equilibrio con il rock perfetto, e il dubbio che questo si debba alla seconda possibilità sorge spontaneo. Ecco che, in certi casi, soltanto la seconda o terza prova d’ascolto, di fruizione o di lettura, rivelano tutto il potenziale innovativo delle deviazioni e ridefinizioni.
Bene, capita a tutti di conoscere qualche appassionato compulsivo seriale, che ha visto e rivisto lo stesso spettacolo, più e più volte, magari dilazionate nel tempo. Una famiglia milanese composta da due esimi professori universitari con figlio, per esempio, è andata a vedere e rivedere l’Arlecchino strehleriano, ogni dicembre, per quasi trent’anni di seguito. Certo sono pochi i titoli del genere, che si prestano perfettamente all’abuso seriale.
Chi più chi meno, tanti hanno provato almeno una volta la tentazione di rivedere subito uno spettacolo perché lo hanno trovato incantevole o commovente, per una seconda visione più razionale e meno emotiva, per capire meglio determinati passaggi. Magari anche soltanto per via di un protagonista che non si sa bene se si potrà rivedere ancora.
A volte, invece, è proprio necessario prendersi una seconda possibilità per superare qualche pregiudizio, ed è quasi sempre una scommessa vincente. L’effetto positivo della riprova, vale in particolare nel caso della mezza delusione, certo non fa rivalicare oltre il limite dell’inaccettabile, ma funziona. E siamo sicuri che un giorno, magari dopo che maturerà la terza tappa di questa deviazione dal ‘serranismo’ allo stato puro - e chissà che cosa ci riserverà -, cioè tra una stagione o poco più, ‘Historia del amor’ sarà da ripensare sotto un’altra luce.
Al netto che in ogni caso non è certo uno spettacolo banale e la prova della performer Anna Pérez Moya è da lanci di mazzi in fiori in scena.
(1) SIGUR ROS E ORCHESTRE, ULTIMO ATTO
I Sigur Rós annunciano le date conclusive del loro epico tour mondiale, che li vedrà collaborare con orchestre locali di 41 elementi, in cui eseguiranno i brani del loro ultimo album ÁTTA insieme ai successi del repertorio. (I biglietti saranno in vendita da venerdì 20 marzo).
- 31 agosto - Playhouse, Edimburgo, Scozia
2 settembre - SEC Armadillo, Glasgow, Scozia
Con la Scottish Chamber Orchestra
- 4 settembre - Waterfront Hall, Belfast, Irlanda del Nord
6 settembre - Bord Gáis Energy Theatre, Dublino, Irlanda
7 settembre - Bord Gáis Energy Theatre, Dublino, Irlanda
Con la Ulster Orchestra
- 9 settembre - Amphithéâtre 3000, Lione, Francia
Con l'Orchestre de Chambre de Lyon
- 11 settembre - Auditori Forum CCIB, Barcellona, Spagna
Con l'Orquestra Simfònica del Vallés
- 13 settembre - Coliseu Porto Ageas, Porto, Portogallo
Con l'Orquestra Sinfonietta de Lisbona
- 15 settembre – Palacio Euskalduna, Bilbao, Spagna
Con l'Orkestra Sinfonikoa di Bilbao
- 17 settembre – Sagres Campo Pequeno, Lisbona, Portogallo
Con l'Orquestra Sinfonietta de Lisboa
- 20 settembre – Uber Eats Music Hall, Berlino, Germania
21 settembre – Uber Eats Music Hall, Berlino, Germania
Con The Young ClassX