Finirà anche questo febbraio, e a suon di sold-out nei teatri s'annuncia una svolta cult, con in testa la doppia apertura del nuovo FOG in Triennale
16.02.2026
'Trionfi Amore!/ E il mondo intiero/ Serva all'impero/ Della beltà’.
Ah, che gioia per gli appassionati di emozioni artistiche se un bel giorno s'avverasse l’auspicio così bene espresso, nel lontano 1762, con parole di Ranieri de' Calzabigi, da Christoph Willibald Gluck. Questo bel motto corale, ripetuto più volte, conclude il capolavoro di Gluck che racconta daccapo il mito secolare di Orfeo e la sua discesa virgiliana agli Inferi per amore di Euridice.
E invece no, com’è noto il mondo va proprio all’opposto ‘della beltà’, e sovente persino nelle sedi deputate alle emozioni artistiche, purtroppo. Così è più facile, casomai, che si senta ancora parlare, per esempio, delle proteste contro l’imposizione politica e amichettistica di Beatrice Venezi come direttore musicale del Teatro La Fenice.
Piccole e grandi brutture coprono invariabilmente, anche solo per volume d’intensità mediatica, qualche pagina encomiabile - e pur comunque molto elogiata - che ancora viene scritta persino nel mondo istituzionale del teatro e della lirica italiani.
Perché è poi di una di queste che bisognerà parlare, ma tra un attimo…
E giusto per caso va notato che altrettanto si può dire, a proposito del beffardo trionfo del disamore e del brutto, cambiando radicalmente scenario, della tempesta popolare e internazionale che ha investito di nuovo con particolare forza il regime teocratico iraniano: la crudeltà delle feroci repressioni a volte offusca anche proprio il mistero ‘della beltà’ che tuttora s’incarna nelle testimonianze artistiche degli eredi di quella che fu una civiltà tra le prime, quando l’islamismo non s’era ancora tramutato nella versione radicale e intollerante.
Curiosità vuole, sempre per caso, che le prime tracce archeologiche dell’identità persiana, nell’area che oggi è l’Iran sud-occidentale, risalgano più o meno allo stesso periodo, intorno al VI secolo avanti Cristo, a cui si datano quelle che sono considerate le prime raffigurazioni di Orfeo sui vasi greci, ritratto come giovane poeta, molto prima che l'aria triste in cui Gluck gli fa cantare 'Che farò senza Euridice? Dove andrò senza il mio ben?' diventasse una celeberrima espressione di strazio.
Non si può non pensare anche alla Storia in maiuscolo, oltre che alla Vita e alle ferite insanabili dell’Anima, dopo aver avuto la fortuna di assistere all’ultima rappresentazione del nuovo ‘Orfeo ed Euridice’ firmato dall’artista iraniana Shirin Neshat che il Teatro Regio di Parma ha presentato in apertura di stagione.
Un colpo battuto sulla polvere del mondo lirico italiano che si potrebbe dire davvero sorprendente, se non venisse da una pregevole istituzione pur soltanto ‘provinciale’, quindi non tra le più ricche, che oltretutto potrebbe campare anche solo di gloria verdiana, eppure da anni si mostra in grado di tenere il passo con la contemporaneità.
Basti ricordare soltanto un esempio apicale del servizio del Regio ‘all’impero della beltà’: la ‘Luisa Miller’ dell’autunno del 2019, messa in scena per il Festival Verdi nella monumentale chiesa sconsacrata di di San Francesco del Prato da uno veri maestri del teatro di oggi, forse il più grande tra i viventi, il russo Lev Dodin.
(Spettacolo davvero ammaliante e indimenticabile, da restare letteralmente a bocca aperta se non fosse stato per lo straordinario ‘dopo-teatro’ del caso, con tanto di porcini di Borgotaro freschi, spalla cotta nel brodo e altre delizie all’Enoteca Bacco Verde di via Cavallotti, il circolo più Arci-buono che ci sia).
Il Regio poi prende pure parte attiva sul fronte stesso dell’innovazione, da qualche anno, con l'iniziativa specificatamente volta alla valorizzazione di nuovi talenti e detta degli Arcipelaghi di ReggioParma Festival, organizzati con le istituzione ‘cugine’ di Teatro Due e de I Teatri di Reggio Emilia.
Rientrando dalla divagazione, ecco subito qualche informazione di pubblica utilità.
Prima di tutto, si può ancora recuperare questo nuovo e pregevolissimo allestimento d’arte contemporanea. Basta tempestivamente provare a prenotarsi per le tre repliche, dal 10 al 12 aprile, che chiudono la stagione lirica de I Teatri di Reggio Emilia, fondazione partner di questa stessa produzione con Nashat.
Si noti, sempre tra parentesi, che pur nel contesto del lussuoso neoclassicismo eclettico di metà Ottocento del Teatro Comunale reggiano, oggi intitolato a Romolo Valli, i posti in platea rimasti in vendita per il nuovo 'Orfeo ed Euridice', nelle primissime file, costano 65 euro, ma prima se ne trovano persino da 45.
Attenzione che, volendo, la riproduzione elettronica gratuita di questo evento, registrato in una delle prime repliche a Parma, si potrà fruire venerdì 6 febbraio, alle ore 19, su operavision.eu, la piattaforma streaming di Opera Europa (organizzazione per i teatri d'opera e i festival lirici, con 240 soci di 44 Paesi, supportata dal programma UE Creative Europe, che almeno fino ad oggi, ovvero prima del delirio ‘riarmista’, è stato sostenuto da cospicui fondi).
Tutto sommato questo allestimento ha anche il merito specifico di rinverdire i fasti di un lavoro esemplare del classicismo di fine Settecento, ‘Orfeo ed Euridice’ appunto, considerato un passaggio chiave della cosiddetta ‘riforma gluckiana’ che segnò il rinnovamento dell’opera seria italiana, riportandola a uno standard di livello, perché nel frattempo era scivolata troppo verso quello che oggi chiameremmo l'intrattenimento...
Ma veniamo finalmente al punto, avendo cura di non voler rovinare niente, o il meno possibile, a chi potrà direttamente ammirare questo spettacolo basato su un’opera della cui grandezza non ci sono dubbi ormai da due secoli e mezzo.
In questo libero allestimento artistico della Neshat viene opportunamente attualizzata, in modo non banale né fintamente provocatorio, la rilettura del mito di Orfeo a suo tempo operata dagli stessi de’ Calzabigi e Gluck.
E l’attualizzazione muove dalla figura di Euridice, com’è ovvio aspettarsi da un talento d’artista la cui notorietà mondiale si deve soprattutto alle celebri fotografie d’inquietanti mani di donna coperte di scritte in caratteri arabi, nelle serie 'Hand' addirittura monconi di manichino, e in generale ad una spiccata attenzione alla questione femminile nella società patriarcale e dell’oppressione religiosa (vedi la celebre serie ‘Women of Allah’).
In questo caso però il tocco di Shirin, che - va ricordato - si è trasferita a vivere negli Stati Uniti, ha un che di quasi sorprendente nel richiamo evocativo stesso. Di prim'acchito non si direbbe propriamente tanto 'Neshat-style', quanto invece quasi hopperiano, seppur rigorosamente in bianco e nero.
Senza spoilerare troppo, lo si può notare subito dalle immagini riprodotte nei manifesti e sul libretto, due delle quali sono state appese per settimane come gigantografie sui muri davanti al Teatro Regio.
Anche a uno sguardo superficiale non può sfuggire che questa Euridice - che nel caso ha il volto dell’attrice che recita la parte post-mortem, non della soprano che interpreta le parti cantate -, è una donna qualunque seduta da sola sul letto con lo sguardo perso verso la finestra di una camera anonima e spoglia, proprio quasi come è stata consegnata all’immaginario collettivo contemporaneo in alcuni quadri di Edward Hopper.
Un'ascendenza inequivocabile nonostante la stessa Neshat abbia poi voluto dichiarare di aver trovato ‘nella natura di quest’opera senza tempo, una sorta di universale, profondamente poetica’ qualche affinità con ’il misticismo e le storie di poesia persiane che parlano dell’impossibilità di possedere l’amore, di quanto sia inafferrabile e tortuoso'.
Con un inizio filmato d’altissimo livello, che resta pure nei canoni di un’essenzialità invidiabile, nonostante il clou sorprendente del genere di quelli che hanno reso Romeo Castellucci un guru, Neshat mette subito lo spettatore alle prese con la sua interpretazione.
‘Abbiamo fatto di Orfeo un vero essere umano, non un mito’, ha spiegato l’artista in un’intervista registrata per askanews (attenzione: contiene anche vari spoiler sull’opera!): ‘nelle tradizionali messe in scena Euridice era in un certo senso sullo sfondo e la storia era soprattutto incentrata su Orfeo, ma noi abbiamo voluto espandere la presenza di lei principalmente con le parti di film. E per noi l’opera è diventata un’analisi psicologica di un uomo che si specchia in se stesso, ma anche una storia su come l’amore è, alla fine, irraggiungibile’.
Per i più fortunati frequentatori delle grandi scene d’opera, il nome di Shirin Neshat non è esattamente nuovissimo: ha fatto una prima incursione nelle regie con ’Aida’ allestita per il Festival di Salisburgo nel 2017, diretta da Riccardo Muti, ripresa nel 2022 e ancora rilanciata, poco più di tre mesi fa, all’Opéra Bastille di Parigi, con direttore Michele Mariotti.
E se il nuovo sovrintendente del Regio Paolo Messi non fa mistero di amare la scelta di titoli meno ovvi per i grandi appuntamenti di stagione, la felice intuizione d’ingaggiare la Neshat per ‘Orfeo ed Euridice’ si deve al direttore artistico Alessio Vlad (come il celebre padre Roman è anche un musicista), che ha dichiarato di aver in qualche modo corteggiato per quasi una decina d’anni l’artista persiana, nel frattempo diventata sempre più famosa e impegnata nel suo lavoro creativo tradizionale, piuttosto che nelle grandi mostre.
Combinazione vuole che la possibilità di lavorare a questa nuova opera per il teatro di Parma si sia intrecciata alla maturazione di un grande interesse in Italia nei confronti della produzione artistica di Shirin Neshat, culminata in una personale importante al PAC di Milano, 'Body of Evidence', e nella contemporanea esposizione alla sede milanese della Galleria Rumma.
Va ricordato pure che la pregiata gallerista napoletana Lia Rumma ha il merito di rappresentare e valorizzare grandi talenti capaci di lasciare un segno artistico profondo nel presente, anche nella distratta 'Milano Premium' di oggi, non solo l'arcinoto Anselm Kiefer ma anche, per esempio, Gian Maria Tosatti, che ha provato a scuotere l'indifferenza opulenta della Design Week con il suo 'Paradiso' di homeless sotto la Stazione Centrale.
A margine va pure sottolineato quanto sia poi davvero importante che gli artisti possano esprimersi, addirittura nel contesto di un pregiato teatro d’opera, in questo modo oggettivamente e radicalmente libero e controcorrente, nell’epoca dello storytelling e della dittatura del marketing, andando a incidere, come ha fatto Neshat con 'Orfeo ed Euridice', piuttosto che Tosatti a suo modo con le schiere degli angeli, proprio sulla decostruzione di miti consolidati.
Il che significa anche in qualche modo contribuire a far maturare la coscienza di quello che adesso il saggista americano Jonathan Gottschall - lo stesso che aveva coniato la definizione di ‘storytelling animal’ per l’uomo della nostra civiltà - definisce il paradosso o il lato oscuro delle storie, che alla fine, posso diventare strumenti per minare la convivenza sociale stessa.
Ma, prima di riflessioni ulteriori come queste, è necessario qualche altro accenno a quanto si è visto a Parma. Neshat ha realizzato in prima persona, coaudiuvata da una superlativa direzione della fotografia di Rodin Hamidi, le varie e significative parti filmate, le quali, peraltro, s’inseriscono coerentemente in una splendida narrazione scenica.
Il risultato finale si deve certo molto alle intuizioni e alla visione artistica della regista, ma anche al lavoro - al netto dello straordinario contributo del personale tutto del Regio - di un gruppo di collaboratori tecnici di primissimo ordine, dalla drammaturga Yvonne Gebauer alla scenografa Heike Vollmer, dal light designer Valerio Tiberi alla costumista Katharina Schlipf (costretta a un’austera normalità realistica, a parte un tocco wendersiano dell’angelo di Amore e l’esplosione floreale di colori nel controfinale).
Altrettanto si vede che meritano tutti gli applausi del caso il cast dei cantanti, con in testa un Orfeo da premi di Carlo Vistoli (giunto alla sua terza impegnativa prova con questa opera), ma anche gli attori e i mimi o i coristi chiamati a un sovrappiù di movimento e di recitazione che risulta davvero consono al racconto, sotto la guida preziosa della coreografa Claudia Greco.
Lasciando ai musicisti e ai musicologi i giudizi più approfonditi sull’impostazione del direttore d’orchestra Fabio Biondi, che ai profani pare anch’essa coerente con la lettura densa ma essenziale e non conforme al mito della Neshat, le emozioni artistiche che la parte musicale di per sé produce negli spettatori sono davvero notevoli per intensità.
Anche se, onestamente, le varie componenti specifiche finiscono comunque offuscate dinanzi al risultato complessivo di uno spettacolo che è stato ben definito dagli specialisti di Connessi all’Opera ‘tra i più belli visti negli ultimi anni: autentico teatro, perfettamente calibrato nei tempi e nelle immagini, di potente impatto emotivo. Un affondo sulle ragioni del dolore e dell’assenza, che tocca le corde più intime del pubblico’ (Fabio Larovere).
Corre via veloce e ammaliante, questo ‘Orfeo ed Euridice’ di Shirin Neshat, così ben disseminato d’immagini efficaci di vera e propria demitizzazione: stupenda - permettendosi infine almeno uno spoiler! - anche solo la ripresa in cui l’attrice che interpreta Euridice morta, arriva quasi a sfidare il primo piano con lo sguardo fisso, e in questa immobilità carica d’attesa, malinconica o fin quasi tragica, si muovono sottili le lacrime che cominciano a scenderle sul viso.
E se 'Trionfi Amore' è soltanto un'esortazione impossibile da tradurre nella vita, Neshat è come se volesse aggiungere: no, non c’è nemmeno un aldilà che ripari il dolore della perdita, l’Anima si porta dietro intatte le sue ferite più profonde.