Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Affrontare i classici, ancor più quelli del teatro greco classico, è una sfida davvero impegnativa per un regista di oggi: riuscire a riproporre un allestimento in qualche modo fedele, e pure vivo nel presente, richiede la capacità non comune di saper affrontare un peso specifico della parola teatrale che schiaccia ogni velleità.
E c’è pure da vincere la sfida con un sistema, come il nostro dei teatri, che tendenzialmente ama le operazioni più facili e lo scorciatoie di ‘attualizzazione’ tanto in voga nel mondo della lirica.
Non caso due stagioni fa, Alessandro Serra ha scelto, per esempio, di impiegare la lingua grecanica - versione dialettale calabrese del greco, ancora in uso in piccole aree - per il suo visionario ‘Tragùdia - il canto di Edipo’, spettacolo poi decisamente non così valorizzato nel circuito italiano.
Ha scelto la strada opposta, in questi giorni, per citare un altro esempio, un regista greco di fama come Theodoros Terzopoulos con il nuovo ‘Baccanti’ da Euripide, che sarà una delle produzioni di punta di Emilia Romagna Teatro (con Teatro di Roma e Attis Theatre Company) e ha appena fatto il suo debutto alla rassegna Pompeii Theatrum del Teatro di Napoli.
Anche esperti di livello e certo non aprioristicamente prevenuti, come Enrico Fiore, hanno criticato la scelta di rileggere il testo classico alla luce del problema attuale dei rifiugiati in Europa, scelta che addirittura nasconderebbe tout court l’impostazione commerciale del lavoro.
Ecco dunque quanto sia pregevole già a priori l'idea di Giovanni Ortoleva - che delle nuove generazioni, non per ripetersi, è il regista senz’altro più in grado di proporre un teatro autenticamente culturale - di montare all’aperto, e solo in luoghi particolari, il suo ‘I Persiani’ da Eschilo per il Teatro della Tosse - Fondazione Luzzati.
Questo fa assumere alla sfida un valore aggiunto per così dire anti-economico, considerando ovviamente anche il livello del gruppo di interpreti. Sono tutti bravissimi attori di ‘scuola genovese’: Enrico Campanati (che regge il Coro), Pietro Giannini (nella triplice veste di Messaggero - Dario - Serse), Valentina Picello (Atossa) e Marco Santi. Vengono dalla stessa pregiata casa di Tonino Conte, una compagnia che quest’anno compie 50 anni e verrà festeggiata anche da un film documentario girato dallo stesso Ortoleva.
Nel vuoto della torrida estate milanese, il doppio passaggio nel parco dell’ex ospedale Paolo Pini di questo lavoro, il 25 e 26 giugno, è davvero la chicca finale di questa gran bella edizione del festival ‘Da vicino nessuno è normale’.
Consigliando agli appassionati di provare a presentarsi per tempo sul posto, senza farsi scoraggiare dal ‘sold out’ sulla carta, ecco le Note di regia a mo’ d’introduzione.
COMMENTI D'AUTORE
Nel testo social accanto alla foto sopra si legge: questi giorni alla caserma gavoglio di genova sono stati un'emozione incredibile. il calore con cui I PERSIANI sono stati accolti, la velocità con cui tutte le repliche sono andate sold out nonostante l'aggiunta progressiva di posti, sono stati commoventi. è stato un onore affrontare questo testo a genova per i 50 anni del @teatrodellatosse , che nel 1998 prese la prima tragedia della storia dell'uomo e ne fece un manifesto. è ancora l'unico manifesto possibile per i tempi di merda che viviamo. nell'estate 2026 potete recuperare I PERSIANI il 23 Giugno a Fiesole x @estatefiesolana , il 26 a Milano x @olinda_onlus , il 28 ad Ancona x @amatmarche ; e non finisce qua, ma per ora la finiamo qua.
E PRESENTAZIONE FORMALE
Rappresentata per la prima volta nel 472 a.C., I Persiani di Eschilo non è solo la tragedia più antica giunta fino a noi, ma un testo rivoluzionario, di una modernità straziante: la “guerra dei vinti” raccontata da un vincitore; un’opera la cui forza straordinaria sta nel ribaltamento di prospettiva dell’autore e nella capacità di trasformare la cronaca di un conflitto reale in una riflessione universale sulla fragilità umana e sul delirio di onnipotenza che spesso accompagna il potere.
Eschilo compie un’operazione intellettuale del tutto inedita: pur avendo secondo alcuni, combattuto personalmente tra le fila dei vincitori, rinuncia alla facile retorica della celebrazione della vittoria e sceglie di ambientare l’azione tra gli sconfitti, nel cuore del palazzo nemico, obbligando il pubblico a guardare dritto negli occhi il dolore degli altri e a provare empatia, trasformando la sofferenza dello straniero in una sofferenza universale che non conosce confini.
Una storia il cui cuore pulsante è la hybris, quella cieca tracotanza, cosi drammaticamente attuale, che spinge talvolta gli uomini di potere a confondere il proprio ego con il destino di un popolo o a sfidare le leggi di natura con fare predatorio, tentando piegare l’ordine del cosmo al proprio volere.
Una tragedia eterna, dove vittoria e sconfitta sono solo facce della stessa umana medaglia che mostrano come certe decisioni sciagurate di un singolo individuo possano trascinare un’intera nazione verso l’abisso, lasciando dietro di sé solo una scia di vedove e un coro di lamenti; un severo monito sulla responsabilità politica che ci ricorda ancora come l’unica difesa contro l’autodistruzione sia la moderazione e il sacro riconoscimento del limite.
Quello che mi interessa è andare all’essenza della tragedia, muovendo questi attori in uno spazio che sposta in modo progressivo la reggia di Susa verso le tombe dei suoi concittadini facendo affacciare la realtà del campo di battaglia nella vita quotidiana. D’altro canto, la tragedia vede il suo snodo più incredibile proprio nella comparsa dell’ombra di Dario; un fantasma che sembra suggerire la prossimità tra gli spazi del potere e i cimiteri.
È proprio attraverso questa figura che voglio far entrare lo spettatore nella tragedia: facendo interpretare allo stesso attore, Pietro Giannini, la figura del padre morto e del figlio Serse, mi interessa porre l’accento sul legame di sangue che rende il conflitto una questione identitaria. Così come la presenza di tre generazioni di attori, legati da un comune percorso all’interno della scena genovese, pone inevitabilmente l’accento sulla tradizione, e dunque sulla trasmissione.
Allo stesso modo mi tormenta pensare ai conflitti bellici come a un comportamento appreso in famiglia, come qualcosa che si trasferisce per linea genetica: come gli occhi azzurri, le fossette intorno alle guance o un certo modo di parlare. La guerra come un male ereditario, che tormenta l’Occidente. Un demone che il testo di Eschilo ci aiuta a guardare negli occhi. Con coraggio.
Giovanni Ortoleva